C’era una volta una città. La città di Veronica.
Era sempre stata una città? Forse.
Forse prima era una ragazza.
Ma una cosa è certa: aveva gli occhi di mare.
Proprio in riva al mare ha inizio la nostra storia. Ci immergiamo nella storia come lo faremmo nell’acqua. Silenziosi, emozionati.
Guardiamo il nostro riflesso, e vediamo l’immagine di un ragazzo che si lascia ipnotizzare dal confine dove il mare gioca a nascondino con la terra. Accanto a lui, accanto a noi, nessuno.
Sentiamo il rumore delle onde che cullano indecise i nostri sogni. Lo fanno da sempre.
È qui che, qualche giorno o qualche secolo prima, abbiamo conosciuto una ragazza bellissima. Ce ne siamo innamorati all’istante.
Si avvicinava, si ritirava. Non aveva spigoli né, apparentemente, confini. Disegnava l’aria intorno a sé con dita affusolate, e faceva gesti piccoli, come poesie leggere. I capelli fluttuavano, grazie a una lieve brezza, e sembravano trascolorare nel buio della sera.
La sua voce era una filigrana appena sopra il silenzio. Non ne ricordiamo il suono con precisione, solo la sensazione di una delicatezza fragile e vicina.
E i suoi occhi ci confondevano. Si confondevano con il mare. Con gli occhi di mare ci guardava. Ci inondava.
“Non ci conosciamo ancora. Però saremo sempre in grado di riconoscerci” — le abbiamo detto quella sera, e ripetiamo la stessa frase tutte le sere che torniamo qui. Ostinati e audaci, come le onde.
Ne siamo rimasti incantati, e torniamo davanti al mare a sperare di incontrarla ancora.
Incantati come un disco, che ripete incessante le stesse note, o incantati come una formula magica, che ci seduce attraverso un sortilegio?
“Entrambe le cose. Forse”
Non è la nostra voce. Chi ha risposto ai nostri pensieri, come se potesse leggerli in silenzio?
Alziamo lo sguardo e vediamo una donna misteriosa, con un pesante cappuccio grigio che ne oscura parzialmente il volto. Riusciamo a distinguere una bocca piccola con denti bianchissimi — sembrano stelle — e capelli neri come la notte.
Dopo una lunga pausa stiamo per prendere parola, ma è ancora lei a rompere il silenzio.
“Vi siete persi in mare? Sono la guardiana del faro” — ci chiede la donna.
Alziamo gli occhi verso il faro, situato su una roccia poco lontana. Non immaginavamo che fosse abitato.
“Persi? No, innamorati. In realtà, nel mare vorremmo ritrovarci. Vorremmo trovare una ragazza che ha gli occhi di mare”
La donna resta in silenzio. Poi si siede in riva al mare, come a volerne scrutare i segreti. Con un cenno eloquente, ci invita a fare lo stesso. Non possiamo che assecondarla, e aspettiamo che sia ancora lei a parlare.
“Non vi serve un faro per tornare, ma una bussola per ripartire” — ci dice la donna, corredando le sue parole con un gesto del braccio vagamente teatrale, come a voler spargere l’orizzonte nel cielo.
“Io… Sono una maga, sapete? Sono la Maga Magary!”
“E sai esaudire i desideri?” — le chiediamo pieni di speranza.
“Forse, ma non è certo. Sono la maga dei desideri sospesi.”
“Sospesi come dei discorsi, che vogliamo continuare, o come dei ponti, che possiamo attraversare?”
“Entrambe le cose. Forse” — torna a dire la Maga.
“Perché ci vuoi aiutare, Maga Magary?”
“La guardiana del faro deve aiutare chi si perde nel mare. Ma forse… anche chi si perde negli occhi, se sono occhi di mare” — sembra accennare un sorriso — “e dopo così tanti giorni che tornate sulla mia spiaggia vi siete meritati un po’ di magia. Ma… siete sicuri che cercate una ragazza? Fatemi leggere il cuore.”
Tu-tum. Tu-tum.
La Maga ci appoggia la mano sul cuore e poi avvicina l’orecchio, come farebbe con una conchiglia. Annuisce ma non commenta. Ci consegna con una certa solennità un oggetto che, all’apparenza, è una comune bussola.
“Questa è una bussola magica” — la Maga corregge la nostra prima impressione — “Nei vostri desideri, piccoli o grandi, vi indicherà la via. Fate attenzione a non perdere la direzione, e state in guardia: qualcosa potrebbe offuscarvi i ricordi. Alla fine troverete chi state cercando. Forse.”
Vorremmo ancora chiederle molte cose, ma la Maga Magary compie un gesto definitivo che assomiglia a un addio. Quando alziamo lo sguardo, semplicemente, non c’è più.
Non perdiamo tempo. La bussola indica il mare, e capiamo che proprio lì inizierà il nostro viaggio.
Esprimiamo il nostro desiderio grande. La bussola, come se fosse attivata da quel pensiero, ci sfugge di mano e inizia a ingrandirsi, fino ad assumere le dimensioni di una barchetta. La spingiamo in mare, ci accomodiamo al suo interno, e iniziamo a utilizzare l’ago della bussola ora come timone, ora come remo. Abbiamo una direzione da seguire e la spinta per avanzare.
Il viaggio è lungo, o così ci appare, ma abbiamo da subito l’impressione che il mare sia complice. Quando c’è burrasca ci rannicchiamo all’interno della bussola, chiudendo sopra di noi la copertura in vetro per trovare riparo. Ma anche in quelle condizioni, trasportati dal vento, abbiamo la sensazione di avanzare verso la nostra meta.
Dopo giorni, o forse dopo secoli, il mare ci depone su una spiaggia. Siamo intorpiditi, forse stavamo dormendo, ma veniamo svegliati da un dolore al petto e dalla gentilezza del paesaggio.
L’ago della bussola, appoggiato contro la nostra pelle, genera un dolore sufficiente per riportarci alla realtà.
La bussola torna grande come un oggetto tascabile qualunque, pronta a indicarci la via. Respiriamo e iniziamo a guardarci intorno.
Siamo in una città silenziosa e bellissima. Inebriati dalla sua meraviglia. Vacilliamo, quasi che una piccola scossa avesse incrinato per un attimo il nostro equilibrio.
Alcune luci accese di una casetta in riva al mare ci fanno capire che il luogo non è disabitato. In lontananza vediamo qualcosa che si muove, ma non sembrano esseri umani. Forse sono scimmie, dall’andatura goffa e, all’apparenza, spensierata.
È in questo luogo che ritroveremo il nostro amore sospeso?
La bussola sembra indicare una duna di sabbia. Avvicinandoci, notiamo che dietro di essa cresce un piccolo bosco di tamerici.
Passiamo la mano tra i rami sottili di una delle piante, mentre il vento le flette verso il mare. Ci fermiamo un momento e siamo pervasi da un moto di dolcezza, come se la nostra mano, guidata dal vento, accarezzasse dei capelli.
Ma non è il momento delle fantasie, dobbiamo riprendere la ricerca.
Sulla nostra strada ci imbattiamo in una scimmia, che si avvicina con curiosità. Guarda verso di noi. Ha l’aria di voler chiedere qualcosa, poi ci tocca furtivamente sul braccio e si allontana rinfrancata. Sembra di essere in uno di quei giochi da bambini in cui, con un colpetto, ci si passa un testimone invisibile. Rimaniamo come ipnotizzati, e ci riprendiamo pochi secondi dopo con la sensazione di avere dimenticato qualcosa. Pensiamo alla ragazza e ci rendiamo conto che, oltre alla voce, non riusciamo a ricordarne il tocco. Chissà, forse non ci siamo neanche mai abbracciati.
Alla scimmia spuntano due piccole ali e si allontana in volo.
Notiamo che le finestre illuminate nella città sono cambiate rispetto a prima; il paesaggio sembra volerci comunicare qualcosa, con un linguaggio di luci accese e luci spente.
Bussiamo a una delle porte ma non otteniamo risposta. Oppure otteniamo una risposta silenziosa che non siamo capaci di comprendere. Riproviamo.
Altre porte. Altre luci. Altri silenzi.
L’ago della bussola non punta una direzione chiara: cambia spesso idea, o intenzione.
L’unico suono che riusciamo a udire, in mezzo a quel silenzio spesso, è lo scrosciare dell’acqua di una fontanella. Ci rendiamo conto di essere assetati e beviamo a lungo. La sensazione sulle labbra è di freschezza, ma ricorda anche l’eco di una musica intima. Chiudiamo gli occhi, per abbracciare quella sensazione come fosse un bacio.
Veniamo interrotti da una lieve pressione sul braccio. È un’altra scimmia che tocca, sorride e si allontana. Sembra allegra, come fosse contagiata dalla nostra euforia. Abbiamo la sensazione di aver perso ancora qualcosa. Pensiamo alla ragazza. Non ricordiamo il suo profumo, e non siamo neanche sicuri di riuscire a riportare alla mente il suo nome.
Temiamo di perderla, ed è chiaro che non la stiamo trovando. L’ago della bussola sembra incerto, e cambia spesso direzione.
Continuiamo a bussare ad altre porte, ma nessuno risponde. Le luci dietro alle finestre si accendono, si spengono, cambiano intensità e colore. Se sono messaggi per noi, non li comprendiamo.
Non incontriamo nessuno. Solo qualche altra scimmia, che ci tocca, ci lascia addosso una piccola gioia, ma sembra spogliarci di ogni memoria concreta, di ogni appiglio per tornare, se non a lei, al suo ricordo.
È sera, e troviamo riparo in una grotta davanti al mare, non lontana dal punto in cui siamo approdati.
Siamo arrivati pieni di speranza, e questo oblio che adesso incombe è una ricompensa o una condanna?
La bussola magica ci ha condotti fino a qui, ma perché da quando siamo in questa città il suo ago continua a oscillare, senza più guidarci?
La bussola diventa più piccola. Ha le dimensioni di una moneta, poi ancora più piccola. Il suo ago continua a girare, come a farsi gioco dei punti cardinali e dei nostri desideri. Forse, semplicemente, non c’è più una direzione da seguire.
Stiamo dimenticando il motivo per cui siamo qui.
Inizialmente proviamo a resistere all’oblio, come si resiste al sonno quando il corpo lo desidera ma occorre stare svegli. Ma nel silenzio della città iniziamo a pensare che forse l’oblio è il giusto compimento dei desideri sospesi, come la stessa Maga Magary li aveva chiamati. Siamo pronti a lasciarci andare, a lasciarla andare.
All’improvviso ci torna in mente l’unica frase che non siamo riusciti a dimenticare. Quella che ripetevamo sempre davanti al mare:
“Non ci conosciamo ancora. Però saremo sempre in grado di riconoscerci.”
La bussola magica adesso ha le dimensioni di una pastiglia, e abbiamo un’intuizione. Chiudiamo gli occhi e la teniamo tra le dita, sospesa per un momento. Poi la inghiottiamo.
Tu-tum. Tu-tum. È il battito del nostro cuore. È quella la direzione da seguire.
Tu-tum. Tu-tum. Tu-tum. Silenzio, occhi chiusi, direzione.
Siamo sempre stati insieme a lei. Non dovevamo trovarla nella città. Veronica è la città. Dovevamo soltanto riconoscerla.
Apriamo gli occhi e davanti a noi c’è il mare. È Veronica che ci sta guardando negli occhi, con i suoi occhi di mare.
“Ora ci conosciamo. E ora che ti abbiamo trovata, non smetteremo mai di cercarti” — sussurriamo nel vento a mezza voce.
Uno stormo di scimmie riempie il cielo e vola verso l’orizzonte.
Poche, sentite parole. Abitanti dell'anima, spesso visualizzata come un "dentro". Talvolta rimangono sensazioni e non fanno in tempo a cristallizzarsi in parole. Talvolta non vengono sentite e vicino al chiarore del cielo sono trascinate giu' e ancora su in moti convettivi d'oblio, e di ricordo. Talvolta nascono parole, rimangono parole e giocano fra loro fintanto che qualcuno non se ne accorge. Pensieri? Sensazioni? O piu' semplicemente, segnalibri?
martedì, marzo 10, 2026
sabato, novembre 07, 2020
Il fascino moderno della vulnerabilità
St. Vincent (Annie Erin Clark) a proposito della creatività, nel 2020, scrive “In my career, I’ve learned that in order to connect with other humans, one must embrace vulnerability, cherish it, and lean into it”.
Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) nella sua canzone “Qui” del 2017 scrive e canta nel ritornello questa frase meravigliosa: “È un superpotere essere vulnerabili”.
Vulnerabilità. È una nuova parola chiave. Mi sono chiesto se sia io a cercare (e quindi a trovare) quelle che mi sembrano le tracce di un’idea a me sempre più cara o se effettivamente un’estetica nuova stia iniziando a permeare la nostra società, la nostra cultura, la nostra arte, le nostre vite.
Muoviamoci indietro di qualche anno. Non serve andare tanto indietro per imbatterci in una retorica monolitica, di sicurezza figlia della forza, di stabilità figlia di equilibri statici, di modelli fissi, inscalfibili, profondamente funzionali. Tutto ciò che metteva in discussione questi equilibri era visto come negativamente caotico e improduttivo.
Avevamo “l’uomo che non deve chiedere mai”, “la donna in carriera”, "Un punto sei, che non ruota mai intorno a me”, Avevamo le persone “tutte d’un pezzo”. Avevamo la certezza onnipervasiva di qualsiasi mono-.
Altro che tutto d’un pezzo, io mi sento più che altro un mosaico, in continuo divenire, e “detesto il chiché dell'uomo che non deve chiedere mai, dato che se non chiedi non sai” (Caparezza, “La mia parte intollerante”, 2007).
Il recente passato è dominato da un fascino monolitico, da vite di successo costruite nella certezza della pietra: i sedicenti vincenti si arroccavano nell’inespugnabile fortezza della propria forza. Vulnerabile voleva dire distruttibile, fragile, e quindi debole. Distogliere lo sguardo significava perdere tempo e integrità.
Siamo tuttora figli di quell’estetica, di quella retorica e di quella cultura, tanto che ancora oggi tendiamo a confondere la vulnerabilità con la debolezza.
Ma questi sono tempi di sabbia, dobbiamo essere veloci a capirlo. Se guardiamo la sabbia con gli stessi occhi con cui guardiamo la pietra ci appare fragile, ci appare poca cosa. Ma poi a un certo momento capisci che la sabbia ha altre qualità.
La sabbia può essere mescolata con altra sabbia.
La sabbia è discreta per costruire, ma è ottima per ricostruire. La sabbia è accoglienza e approdo. La sabbia è la fantasia di un castello sulla spiaggia.
La sabbia è fragile, ma può veramente essere distrutta?
E più penso a questa cosa più mi sento a mio agio in questo mondo nuovo. Un mondo in cui vale molto più dire “mi manchi” che “non posso stare senza di te”.
Vulnerabile è molto più vicino a “permeabile” che a “debole”, e io stesso mi sento affascinato, e perché no affascinante in un modo diverso. È un fascino che non vede le lacrime come sfocature ma come caleidoscopi, che vede la fragilità non come difetto ma come profonda e autentica condivisione di umanità, che vede il dubbio non come avversario ma come nuova fonte di domande, che vede la vulnerabilità come raffinata forma di condivisione, che aborrisce le dicotomie e adora le sfumature.
Essere vulnerabili è davvero un superpotere che molti, ancora, non sanno riconoscersi.
venerdì, luglio 17, 2020
Anna Pardini di Stazzema
Quando si sente recitare il Padre Nostro a mezzanotte è un presagio di morte.
Per me è l’evocazione di una promessa: scavare verso la vita.
Si dice che i primi quaranta giorni di un bambino siano i più difficili. Per me sono stati gli unici, da viva.
DON! DON!
Padre nostro, che sei nei cieli.
Puoi restituirmi quel cielo che non ho mai visto, azzurro oltre al nero della paura?
DON! DON!
Sia santificato il tuo nome.
Il mio nome è Anna Pardini, sono nata il 23 Luglio 1944.
DON! DON!
Venga il tuo regno.
Il mio regno è Sant’Anna di Stazzema, un paese sommerso dal terrore di morire, dalla necessità di scappare, dall’orgoglio di resistere. La mattina del 12 Agosto sono in braccio a mamma Bruna. Sono al sicuro, piango. Arrivano i nazisti, ci spingono contro il muro. Non so ancora formulare i pensieri, ricordo le sensazioni. Mamma. Mi abbraccia. Grida. Respiro. Trema. Mamma. Mi stringe. Urla. Freddo. Spari. Mamma. Mi lascia. Mamma. Solitudine. Mia sorella Cesira. Braccia. Nascondersi. Respiro. Speranza. Paura. Sangue. Odore di proiettili. Ne ho sette in corpo. Cesira si salverà, io no. Morirò venti giorni dopo.
DON! DON!
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Da morta continuo a contare gli anni, ne ho settantacinque e condivido un giardino sotterraneo con i miei amici. I vivi lo chiamano cimitero. Siamo quasi tutte vittime dell’eccidio di Sant’Anna.
Ci sono Velio e Wilma Bertolucci, che continuano a giocare a nascondino nella speranza che essere trovati torni a essere un divertimento. C’è Flora Bernabò, un sorriso bianco come il corpo e il sangue delle Alpi Apuane.
La mia migliore amica è Norma Bertelli, che insieme a sua sorella la notte prima della strage stava con il naso incollato al cielo ad avvistare le stelle cadenti. Non ha mai smesso di esprimere desideri. Uno di questi è diventato la mia promessa. “Scava verso l’alto Anna, vorrei vedere le stelle. Io non posso: una mitragliatrice ha tranciato le mie mani”.
DON! DON!
Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
La mia quotidianità è la vita delle mie sorelle. Abbiamo figli, nipoti, sogni. Adele ha raccontato la nostra storia a tante persone. Siria ci porta sempre i fiori. A Cesira hanno dato la medaglia d'oro al valore civile, ricordo le sue braccia che hanno provato a salvarmi. Scavo grazie alla forza del ricordo di quelle braccia. Il nostro pane quotidiano è la memoria, dimenticare sarebbe come morire ancora.
DON! DON!
E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
La tentazione, talvolta, è interrompere questo rituale che può risultare grottesco. Ma io continuo, Norma, perché ti ho promesso di scavare, ti ho promesso di provarci tutte le notti, dopo che il campanile termina i suoi dodici rintocchi. Scavo, verso le stelle che non potremo mai vedere. Scavo perché sono ostinata, scavo perché sono leale, scavo perché mi nutro di desideri inespressi.
Scavo perché sono Anna Pardini di Stazzema.
Amen.
(ecco il link alla LIVE in cui se ne parla (circa dal minuto 22:58) e Carmen Laterza legge il racconto).
Per me è l’evocazione di una promessa: scavare verso la vita.
Si dice che i primi quaranta giorni di un bambino siano i più difficili. Per me sono stati gli unici, da viva.
DON! DON!
Padre nostro, che sei nei cieli.
Puoi restituirmi quel cielo che non ho mai visto, azzurro oltre al nero della paura?
DON! DON!
Sia santificato il tuo nome.
Il mio nome è Anna Pardini, sono nata il 23 Luglio 1944.
DON! DON!
Venga il tuo regno.
Il mio regno è Sant’Anna di Stazzema, un paese sommerso dal terrore di morire, dalla necessità di scappare, dall’orgoglio di resistere. La mattina del 12 Agosto sono in braccio a mamma Bruna. Sono al sicuro, piango. Arrivano i nazisti, ci spingono contro il muro. Non so ancora formulare i pensieri, ricordo le sensazioni. Mamma. Mi abbraccia. Grida. Respiro. Trema. Mamma. Mi stringe. Urla. Freddo. Spari. Mamma. Mi lascia. Mamma. Solitudine. Mia sorella Cesira. Braccia. Nascondersi. Respiro. Speranza. Paura. Sangue. Odore di proiettili. Ne ho sette in corpo. Cesira si salverà, io no. Morirò venti giorni dopo.
DON! DON!
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Da morta continuo a contare gli anni, ne ho settantacinque e condivido un giardino sotterraneo con i miei amici. I vivi lo chiamano cimitero. Siamo quasi tutte vittime dell’eccidio di Sant’Anna.
Ci sono Velio e Wilma Bertolucci, che continuano a giocare a nascondino nella speranza che essere trovati torni a essere un divertimento. C’è Flora Bernabò, un sorriso bianco come il corpo e il sangue delle Alpi Apuane.
La mia migliore amica è Norma Bertelli, che insieme a sua sorella la notte prima della strage stava con il naso incollato al cielo ad avvistare le stelle cadenti. Non ha mai smesso di esprimere desideri. Uno di questi è diventato la mia promessa. “Scava verso l’alto Anna, vorrei vedere le stelle. Io non posso: una mitragliatrice ha tranciato le mie mani”.
DON! DON!
Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
La mia quotidianità è la vita delle mie sorelle. Abbiamo figli, nipoti, sogni. Adele ha raccontato la nostra storia a tante persone. Siria ci porta sempre i fiori. A Cesira hanno dato la medaglia d'oro al valore civile, ricordo le sue braccia che hanno provato a salvarmi. Scavo grazie alla forza del ricordo di quelle braccia. Il nostro pane quotidiano è la memoria, dimenticare sarebbe come morire ancora.
DON! DON!
E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
La tentazione, talvolta, è interrompere questo rituale che può risultare grottesco. Ma io continuo, Norma, perché ti ho promesso di scavare, ti ho promesso di provarci tutte le notti, dopo che il campanile termina i suoi dodici rintocchi. Scavo, verso le stelle che non potremo mai vedere. Scavo perché sono ostinata, scavo perché sono leale, scavo perché mi nutro di desideri inespressi.
Scavo perché sono Anna Pardini di Stazzema.
Amen.
(ecco il link alla LIVE in cui se ne parla (circa dal minuto 22:58) e Carmen Laterza legge il racconto).
giovedì, maggio 07, 2020
Tra Me e Me
Tra me e me
C’è uno spazio infinito.
Sento un battito fermo
Lontano da ogni forma di esistenza.
È il mio Big Bang personale
Prima dello scoppio
Prima della scissione degli attimi.
Le mie caricature di eternità
Non modificano il disegno del tempo
Tra me e me.
Qui, fuori dal tempo,
Lontana dagli spazi conosciuti,
Vorrei metterti a tuo agio,
Procurarti un po’ di compagnia.
Ma niente, certe volte ci sei solo tu
Tra me e me.
Quando esploderò
Troveranno frammenti di te
A illuminare l’universo
E nessuno potrà raccontare
Come nascono le stelle
Tra me e me.
C’è uno spazio infinito.
Sento un battito fermo
Lontano da ogni forma di esistenza.
È il mio Big Bang personale
Prima dello scoppio
Prima della scissione degli attimi.
Le mie caricature di eternità
Non modificano il disegno del tempo
Tra me e me.
Qui, fuori dal tempo,
Lontana dagli spazi conosciuti,
Vorrei metterti a tuo agio,
Procurarti un po’ di compagnia.
Ma niente, certe volte ci sei solo tu
Tra me e me.
Quando esploderò
Troveranno frammenti di te
A illuminare l’universo
E nessuno potrà raccontare
Come nascono le stelle
Tra me e me.
giovedì, febbraio 27, 2020
Contenimento
Ho detto ti amo nell’incavo del braccio
Piano, per non farti sentire
male
Piano, per potermi immaginare
che hai detto ti amo nell’incavo del braccio
Piano, per non farmi sentire
male
Fruscìo disturbato di amanti
Radioamatori timidi
Continuiamo a dire passo nell’incavo del braccio
Piano, per non chiudere mai.
Piano, per non farti sentire
male
Piano, per potermi immaginare
che hai detto ti amo nell’incavo del braccio
Piano, per non farmi sentire
male
Fruscìo disturbato di amanti
Radioamatori timidi
Continuiamo a dire passo nell’incavo del braccio
Piano, per non chiudere mai.
venerdì, febbraio 07, 2020
Firmamento
Tu hai messo le stelle
Io ne ho fatto costellazioni
Tu hai messo la magia
Io ne ho fatto illusioni
In fondo a questo cielo buio
Se chiudi gli occhi
Se guardi bene
C’è il nostro firmamento.
Io ne ho fatto costellazioni
Tu hai messo la magia
Io ne ho fatto illusioni
In fondo a questo cielo buio
Se chiudi gli occhi
Se guardi bene
C’è il nostro firmamento.
sabato, luglio 06, 2019
Ho deciso di non pensarti più
Ho deciso di non pensarti più.
Penso ad altro.
Stamattina, abbraccio morbido, ho baciato il cuscino.
Ho baciato il caffè, in punta di labbra.
Ho baciato lo spazzolino, rinfrescante.
Ho baciato le chiavi, per non rimanere fuori.
Ho baciato l’ascensore, lottavo, piano.
Ho baciato il giornale, gesto quotidiano.
Ho baciato l’autobus, con trasporto.
Ho baciato tante ore al lavoro, è stato straordinario!
Ho baciato un piatto di spaghetti, un primo, bacio.
Ho baciato ancora l’ascensore, saliva.
Ho baciato un film, in lingua originale.
Eri sempre tu.
Ho baciato te, mentre ti toglievo dai pensieri.
Ho deciso di non pensarti quasi più.
Penso ad altro.
Stamattina, abbraccio morbido, ho baciato il cuscino.
Ho baciato il caffè, in punta di labbra.
Ho baciato lo spazzolino, rinfrescante.
Ho baciato le chiavi, per non rimanere fuori.
Ho baciato l’ascensore, lottavo, piano.
Ho baciato il giornale, gesto quotidiano.
Ho baciato l’autobus, con trasporto.
Ho baciato tante ore al lavoro, è stato straordinario!
Ho baciato un piatto di spaghetti, un primo, bacio.
Ho baciato ancora l’ascensore, saliva.
Ho baciato un film, in lingua originale.
Eri sempre tu.
Ho baciato te, mentre ti toglievo dai pensieri.
Ho deciso di non pensarti quasi più.
venerdì, settembre 14, 2018
L'Ultimo Piano
Hai sceso
Dandole il braccio
Almeno un milione di scale.
Io no.
L’ho incontrata in ascensore, una volta.
Mi è salita
Piano piano
Fino allo Stop,
Fino all’allarme,
E oltre.
Dandole il braccio
Almeno un milione di scale.
Io no.
L’ho incontrata in ascensore, una volta.
Mi è salita
Piano piano
Fino allo Stop,
Fino all’allarme,
E oltre.
giovedì, giugno 21, 2018
Terra, terra, terra
Il carro funebre fermò con discrezione la sua marcia. Quattro uomini scaricarono il feretro e lo deposero proprio in mezzo al silenzio della folla. Prese parola un uomo vestito da prete, che incominciò a dedicare alla defunta generiche parole di cordoglio. Polvere alla polvere. Terra. Era una brava persona. I quattro uomini calarono definitivamente la bara nella fossa. Sembrava un film americano, invece era il cimitero di Lampedusa. Terra.
“Sì, ma come è morta?” – bisbigliò alla vicina una donna anziana.
Le prime manciate di terra interruppero la regolarità lucida e scura del legno della cassa.
“Un’insegnante. E basta! Che importanza ha il colore della sua pelle?” – sussurrò stizzito un uomo, guardando con la coda dell’occhio verso l’amico in giacca e cravatta.
La parola passò a un gruppo di uomini sui trent’anni, che in un italiano stentato continuavano a ripetere “la nostra prof” accanto a parole emozionate e semplici. Ognuno gettava terra sulla bara finché la terra scura non riempì ogni molecola di ossigeno. Terra.
“Erano suoi studenti, insegnava italiano” – sibilò sommessa una voce dietro a un elegante cappello di paglia.
“Sì, ma come è morta?” – chiese un ragazzo che la conosceva solo indirettamente.
Una donna sulla quarantina piangeva più di tutti. Inconsolabile e liberata.
“La mia Stefy! La mia Stefy!” – ripeteva a mezza voce, come se recitasse un mantra, sola davanti al grande mare.
Arrivato il suo turno, la donna sulla quarantina lanciò terra sulla terra, e poi ancora terra, terra, un fiore, e poi ancora terra. Non riusciva a parlare, ma poi con voce rotta sembrava ripetere a parole l’incessante rituale di quel gesto.
“Terra, terra, terra, è stato il suo primo sogno. Mare, e poi terra, terra, e ancora terra”.
“Sì, ma come è morta?” – chiese una ragazza che passava da lì quasi per caso.
“Sì, ma come è vissuta?” – non chiese nessuno.
“Sì, ma come è morta?” – bisbigliò alla vicina una donna anziana.
Le prime manciate di terra interruppero la regolarità lucida e scura del legno della cassa.
“Un’insegnante. E basta! Che importanza ha il colore della sua pelle?” – sussurrò stizzito un uomo, guardando con la coda dell’occhio verso l’amico in giacca e cravatta.
La parola passò a un gruppo di uomini sui trent’anni, che in un italiano stentato continuavano a ripetere “la nostra prof” accanto a parole emozionate e semplici. Ognuno gettava terra sulla bara finché la terra scura non riempì ogni molecola di ossigeno. Terra.
“Erano suoi studenti, insegnava italiano” – sibilò sommessa una voce dietro a un elegante cappello di paglia.
“Sì, ma come è morta?” – chiese un ragazzo che la conosceva solo indirettamente.
Una donna sulla quarantina piangeva più di tutti. Inconsolabile e liberata.
“La mia Stefy! La mia Stefy!” – ripeteva a mezza voce, come se recitasse un mantra, sola davanti al grande mare.
Arrivato il suo turno, la donna sulla quarantina lanciò terra sulla terra, e poi ancora terra, terra, un fiore, e poi ancora terra. Non riusciva a parlare, ma poi con voce rotta sembrava ripetere a parole l’incessante rituale di quel gesto.
“Terra, terra, terra, è stato il suo primo sogno. Mare, e poi terra, terra, e ancora terra”.
“Sì, ma come è morta?” – chiese una ragazza che passava da lì quasi per caso.
“Sì, ma come è vissuta?” – non chiese nessuno.
lunedì, aprile 30, 2018
martedì, gennaio 23, 2018
Oggi ho guardato i tuoi draghi
Oggi ho guardato i tuoi draghi.
Ho preso appunti.
Minacciano e proteggono i tuoi sogni, ho scritto.
Sono tutti troppo impegnati a essere distratti.
E bene educati.
A non svegliarti, a non ferirti.
A spacciare foto sfocate di te.
Tranne uno: mentre sognava i tuoi organi interni
ha iniziato a starnutire.
Incendiandoti, quasi per errore.
E nel sonno rideva, rideva, rideva.
Ho preso appunti.
Minacciano e proteggono i tuoi sogni, ho scritto.
Sono tutti troppo impegnati a essere distratti.
E bene educati.
A non svegliarti, a non ferirti.
A spacciare foto sfocate di te.
Tranne uno: mentre sognava i tuoi organi interni
ha iniziato a starnutire.
Incendiandoti, quasi per errore.
E nel sonno rideva, rideva, rideva.
domenica, agosto 13, 2017
Feritoia
Ti guardo, sei ferita
Sei ferita e feritoia
Feritoia
quando guardo - e ti attraverso -
i nostri amori stretti
(sono lo stesso? Il tuo amore, il mio amore? Li guardo passare)
Ferita
quando sgorghi il mio sangue
vivo
che brucia e ti veste,
che assaporo e non fermo
(amare, emorragie)
Ferita perché resti, ferita, sulla pelle,
e sì ti prego resta,
feritoia per guardarti passare.
Passa
però, ti prego,
non mi passare mai
Sei ferita e feritoia
Feritoia
quando guardo - e ti attraverso -
i nostri amori stretti
(sono lo stesso? Il tuo amore, il mio amore? Li guardo passare)
Ferita
quando sgorghi il mio sangue
vivo
che brucia e ti veste,
che assaporo e non fermo
(amare, emorragie)
Ferita perché resti, ferita, sulla pelle,
e sì ti prego resta,
feritoia per guardarti passare.
Passa
però, ti prego,
non mi passare mai
venerdì, marzo 31, 2017
Piccola storia di Lisbona - DUE
1 Novembre 1755. La terra trema a Lisbona. Tutto il pianeta scarica le sue indifferenti bestemmie di morte in uno strano giorno di Ognissanti. Ovunque, a Lisbona, c'è un prima e c'è un dopo. Ovunque, nel mondo, c'è un prima e c'è un dopo. Prima del terremoto. Dopo il terremoto. Quando si ascolta il Fado si ascoltano due storie contemporanee: la maestosa dolcezza della storia raccontata, prima, dal cuore, e la tragica amarezza della storia vissuta, dopo, dal corpo. È una scoperta d'amore che dal primo entusiasmo sa già di nostalgia. Prima del terremoto. Dopo il terremoto.
giovedì, marzo 30, 2017
Piccola storia di Lisbona - UNO
Tago, che impazzisce e non decide se essere fiume che incontra trionfalmente il mare o mare che inspira con nostalgia il flebile ricordo di un fiume. Tago che illumina di una luce d'acqua tutte le liquide vie di Lisbona. Tago da amare, Tago da impazzire.
giovedì, marzo 09, 2017
Tutto da Dichiarare
Testo di Francesco Robbiano
Regia di Luca Rinaldi
Cast:
Marie - Camilla Hardonk
Il Doganiere - Giovanni Drago
Josephine - Isabella Loi
Maurizio - Alessio Sè Zirulia
Rappresentato all'interno dell'evento "Dai trattati di Roma alla generazione ERASMUS" organizzato da Desi Slivar il 9 Marzo 2017 al Teatro Instabile di Via Cecchi, con attori della scuola di recitazione La Quinta Praticabile. La canzone "Niente da Dichiarare" è di Antonio Dimartino.
mercoledì, dicembre 14, 2016
I punti cardinali della sovrastima
Oggi parlerò di alcune cose belle ma sovrastimate. Sovrastimate, però belle. Va beh, belle e sovrastimate, perché innalzate molto (troppo?) spesso a miti, ad assi pigliatutto del nostro panorama psico-cultural-turistico, talvolta oscurando ciò che rischia di soffocare nei loro coni d’ombra.
Est – Le Cinque Terre
Il sole della nostra sovrastima nasce a est, nel levante ligure delle Cinque Terre. Bellissime, stupende, non serve neanche magnificare lo splendore arroccato di Manarola o il porticciolo tascabile di Vernazza… Però tu, cara sessantenne del Minnesota caro trentenne finlandese cara ventenne portoghese caro ottantenne portoricano che a metà ottobre zampetti per il centro di Monterosso vestito da scout picchiettando i bastoncini da sci sull’asfalto per dare ritmo e senso al tuo incedere, non te l’ha mai detto nessuno che cinquanta km più a ovest c’è Genova, la città più bella del mondo? La risposta è semplice. No, non glielo ha detto nessuno. Il suo Tour Operator ha organizzato Milano – Venizia – Florencie – Cheenkueterrey - Milano e vaffanculo a Genova. Tanta troppa gente lambisce Genova e tira dritto. E allora andiamo avanti anche noi.
Sud – “La Cura”
La sovrastima continua a scaldarci con i suoi raggi dall’esotico sud de “La Cura” di Battiato. Fantastica, onirica, poetica, dolcissima, cosmica, immancabile in ogni compilation preposta a dimostrare alla nostra amata quanto siamo sensibili e romantici… Però c’è questo genio capace di superare le correnti gravitazionali (senza spifferi), lo spazio, la luce, i ciclisti la domenica mattina sull’Aurelia, Usain Bolt, Beep Beep, il Razzo Egidio della Pimpa, insomma una specie di supereroe, che si trova a vagare (un po’ sorpreso, per la verità) per i campi del Tennessee (???). Ora, io del Tennessee conosco Chattanooga, dove il sole ti spacca in quattro, e la soluzione è soltanto una: mmm-mmm! Magico Lipton! E comunque no, non ho “fiori bianchi” per te, anzi mi sa che hai già un tantino esagerato. Poi d’accordo, mi dici parole stupende, ma quando mi prometti che mi proteggerai dai fallimenti che per mia natura normalmente attirerò io una palpatina agli zebedei me la do, così per sicurezza. Mi stai mica dando appena appena un attimo del portasfiga? Dici che conosci le leggi del mondo e me ne farai dono. E chi cacchio sei, Piero Angela in pieno spirito natalizio? Ma comunque, a caval donato… Andiamo avanti, suvvia.
Ovest – “Il Piccolo Principe”
L’ovest della nostra sovrastima tramonta con le luci oblique de “Il Piccolo Principe” di Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, noto alla maggior parte di noi solo per avere scritto questo racconto, e alla minor parte di noi solo per avere scritto questo racconto. Anche sua mamma lo chiamava "Ehi tu, che hai scritto il Piccolo Principe, vieni qui!", oppure per chiamarlo con il nome completo doveva andare su Wikipedia. L’autore ci delizia con pagine di delicate immagini, molto poetiche ed evocative. “I grandi non capiscono mai niente da soli. Ed è faticoso, per i bambini, star sempre lì a dargli spiegazioni”. Bello come spunto, magari anche se non ce lo ricordi ogni dieci righe fa lo stesso eh Antoine! Comunque niente da dire, un racconto davvero ben riuscito, talvolta eccede nell’allegoria, può risultare a tratti un pelino stucchevole ma alcune immagini sono azzeccatissime e stanno davvero a cuore anche a me… la pecora, la rosa, e soprattutto la volpe; è comunque un libro di nicchia che vi consiglio di acquist… Come? Non è di nicchia? Va beh un libro per bambini che però bisogna leggere da grandi che però dovrebbero essere bambini perché i grandi non capiscono che vi consiglio di acquist… Come? E’ il terzo libro più letto al mondo dopo il Capitale e La Bibbia? Perbacco, con buona pace di Marx e Dio qui bisogna puntare al gradino più alto! E allora forza, piazziamoci tutti un bel Piccolo Principe sotto la maglietta e andiamo a dormire, che intanto si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi! E procediamo.
Nord – “Volere è Potere”
E’ notte, ma la nostra sovrastima non dorme. Nel silenzio dei nostri pensieri, la mezzanotte della sovrastima rintocca sul nord della frase “Volere è Potere”. Quando abbiamo cercato energie per andare avanti, questa frase ci ha sempre accompagnato, volenti o… nolenti. E’ una frase bella, che trasforma come in una perfetta alchimia un’immensa energia vitale in un’altra immensa energia vitale. Dopo lunghe meditazioni, percorsi di saggezza, crescite interiori e dubbi amletici, le riflessioni su questa frase si possono riassumere così: Volere è Potere Stocazzo. Da ragazzi ci piace crederlo, ci piace pensare che l’inerzia del mondo possa essere addomesticata dalla nostra volontà. Il problema è che poi ci crediamo davvero, e sovrastimiamo anche il nostro impatto sul mondo, in un’altalena che oscilla beffarda tra l’onnipotenza e la disillusione.
Ma a noi non importa, il mare davanti a Riomaggiore ci proteggerà dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontreremo per le nostre vie, dal boa che inghiottirà i nostri elefanti, dai nostri deliri di onnivolenza e onnipotenza, e dalle nostre stesse sovrastime, che vedremo bene solo con il cuore. Poiché l’essenziale, a occhio, è davvero invivibile.
Est – Le Cinque Terre
Il sole della nostra sovrastima nasce a est, nel levante ligure delle Cinque Terre. Bellissime, stupende, non serve neanche magnificare lo splendore arroccato di Manarola o il porticciolo tascabile di Vernazza… Però tu, cara sessantenne del Minnesota caro trentenne finlandese cara ventenne portoghese caro ottantenne portoricano che a metà ottobre zampetti per il centro di Monterosso vestito da scout picchiettando i bastoncini da sci sull’asfalto per dare ritmo e senso al tuo incedere, non te l’ha mai detto nessuno che cinquanta km più a ovest c’è Genova, la città più bella del mondo? La risposta è semplice. No, non glielo ha detto nessuno. Il suo Tour Operator ha organizzato Milano – Venizia – Florencie – Cheenkueterrey - Milano e vaffanculo a Genova. Tanta troppa gente lambisce Genova e tira dritto. E allora andiamo avanti anche noi.
Sud – “La Cura”
La sovrastima continua a scaldarci con i suoi raggi dall’esotico sud de “La Cura” di Battiato. Fantastica, onirica, poetica, dolcissima, cosmica, immancabile in ogni compilation preposta a dimostrare alla nostra amata quanto siamo sensibili e romantici… Però c’è questo genio capace di superare le correnti gravitazionali (senza spifferi), lo spazio, la luce, i ciclisti la domenica mattina sull’Aurelia, Usain Bolt, Beep Beep, il Razzo Egidio della Pimpa, insomma una specie di supereroe, che si trova a vagare (un po’ sorpreso, per la verità) per i campi del Tennessee (???). Ora, io del Tennessee conosco Chattanooga, dove il sole ti spacca in quattro, e la soluzione è soltanto una: mmm-mmm! Magico Lipton! E comunque no, non ho “fiori bianchi” per te, anzi mi sa che hai già un tantino esagerato. Poi d’accordo, mi dici parole stupende, ma quando mi prometti che mi proteggerai dai fallimenti che per mia natura normalmente attirerò io una palpatina agli zebedei me la do, così per sicurezza. Mi stai mica dando appena appena un attimo del portasfiga? Dici che conosci le leggi del mondo e me ne farai dono. E chi cacchio sei, Piero Angela in pieno spirito natalizio? Ma comunque, a caval donato… Andiamo avanti, suvvia.
Ovest – “Il Piccolo Principe”
L’ovest della nostra sovrastima tramonta con le luci oblique de “Il Piccolo Principe” di Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, noto alla maggior parte di noi solo per avere scritto questo racconto, e alla minor parte di noi solo per avere scritto questo racconto. Anche sua mamma lo chiamava "Ehi tu, che hai scritto il Piccolo Principe, vieni qui!", oppure per chiamarlo con il nome completo doveva andare su Wikipedia. L’autore ci delizia con pagine di delicate immagini, molto poetiche ed evocative. “I grandi non capiscono mai niente da soli. Ed è faticoso, per i bambini, star sempre lì a dargli spiegazioni”. Bello come spunto, magari anche se non ce lo ricordi ogni dieci righe fa lo stesso eh Antoine! Comunque niente da dire, un racconto davvero ben riuscito, talvolta eccede nell’allegoria, può risultare a tratti un pelino stucchevole ma alcune immagini sono azzeccatissime e stanno davvero a cuore anche a me… la pecora, la rosa, e soprattutto la volpe; è comunque un libro di nicchia che vi consiglio di acquist… Come? Non è di nicchia? Va beh un libro per bambini che però bisogna leggere da grandi che però dovrebbero essere bambini perché i grandi non capiscono che vi consiglio di acquist… Come? E’ il terzo libro più letto al mondo dopo il Capitale e La Bibbia? Perbacco, con buona pace di Marx e Dio qui bisogna puntare al gradino più alto! E allora forza, piazziamoci tutti un bel Piccolo Principe sotto la maglietta e andiamo a dormire, che intanto si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi! E procediamo.
Nord – “Volere è Potere”
E’ notte, ma la nostra sovrastima non dorme. Nel silenzio dei nostri pensieri, la mezzanotte della sovrastima rintocca sul nord della frase “Volere è Potere”. Quando abbiamo cercato energie per andare avanti, questa frase ci ha sempre accompagnato, volenti o… nolenti. E’ una frase bella, che trasforma come in una perfetta alchimia un’immensa energia vitale in un’altra immensa energia vitale. Dopo lunghe meditazioni, percorsi di saggezza, crescite interiori e dubbi amletici, le riflessioni su questa frase si possono riassumere così: Volere è Potere Stocazzo. Da ragazzi ci piace crederlo, ci piace pensare che l’inerzia del mondo possa essere addomesticata dalla nostra volontà. Il problema è che poi ci crediamo davvero, e sovrastimiamo anche il nostro impatto sul mondo, in un’altalena che oscilla beffarda tra l’onnipotenza e la disillusione.
Ma a noi non importa, il mare davanti a Riomaggiore ci proteggerà dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontreremo per le nostre vie, dal boa che inghiottirà i nostri elefanti, dai nostri deliri di onnivolenza e onnipotenza, e dalle nostre stesse sovrastime, che vedremo bene solo con il cuore. Poiché l’essenziale, a occhio, è davvero invivibile.
martedì, novembre 15, 2016
Invito a pranzo con sorpresa
- Ti invito a pranzo da me.
- Grazie.
- Vieni su per l'una?
- È grande?
- Cosa?
- Non hai detto superluna?
- Mi è passata la fame.
- Vengo lo stesso?
- Piena. Sono piena.
- Grazie.
- Vieni su per l'una?
- È grande?
- Cosa?
- Non hai detto superluna?
- Mi è passata la fame.
- Vengo lo stesso?
- Piena. Sono piena.
giovedì, novembre 10, 2016
martedì, novembre 08, 2016
Still water
In order to transform it into something else, I added some bubbles to the still water.
But it is still water.
But it is still water.
martedì, ottobre 11, 2016
Temporale in quattro lampi
1) Ci sono sempre i lampi, quando ci vediamo.
2) Lampi e lampioni a rischiare, a rischiarare, a non vederci più.
3) Ci sono sempre i lampi, quando ci lasciamo.
4) Intermittenti, lampeggiamo indecisi tra lasciarci andare e lasciarci andare via.
2) Lampi e lampioni a rischiare, a rischiarare, a non vederci più.
3) Ci sono sempre i lampi, quando ci lasciamo.
4) Intermittenti, lampeggiamo indecisi tra lasciarci andare e lasciarci andare via.
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