venerdì, dicembre 27, 2013

Imbuto

Imbuto.
Concentrico.
Distillato di futuro.
Invita il tempo.
Lo assapora.
Lo trattiene.
Con finta pigrizia e con voglia.
Lo convoglia con grazia verso l'uscita.
Sempre aperta.
Rotea il sapore del suo procrastinare.
L'imbuto contiene un viaggio.
Dante attendeva all'uscita
La luce delle stelle.
L'imbuto non attende nulla.
L'imbuto si nutre
dell'attesa che crea.

martedì, settembre 24, 2013

Sbilanciarsi

Sbilanciarsi è saper perdere il proprio equilibrio, anche solo per un attimo.
Un attimo importantissimo di coraggio in cui il nostro baricentro incontra una vertigine. E lì impariamo a cadere, a volare, impariamo a crescere e viaggiare. Un passo necessario fuori dalla bilancia delle nostre certezze, fuori dal bilancio delle nostre vite.

(immagine tratta da http://www.flickr.com/photos/frobbiano)

mercoledì, luglio 03, 2013

Ti icso

Ti icso.

Ti icso proprio nel senso di ics,
cioè qualcosa
un po' tipo che ti amo ma non proprio.
Ics come un sentimento variabile,
di temporali soli e soli senza tempo,
e un sentimento si sente non si prova.

Ti icso perché si va in scena nella vita
In incognita e senza prove
Senza certezza di non sbagliare.
Tante ics dentro a espressioni di stupore,
Che non ho mai saputo calcolare.

Ora però
lo so cosa vorrei,
con estrema chiarezza.
Vorrei che tu
almeno un po'
mi ipsilonassi.

domenica, giugno 16, 2013

Occhiali da svista

(immagine di Alessandra Placucci, http://www.aplacucci.it)

Ogni tanto indosso gli occhiali da svista, per scartare alato un cavallo in regalo, e galoppare l’aria sul binario sbagliato, come un incerto vagabondo libero di errare, mentre non cerco la verità.

venerdì, maggio 31, 2013

Epica Erotica Star

“Che gran Troia!” – esclamò compiaciuto passandosi la mano nella folta chioma bionda. Aveva appena ricevuto la sceneggiatura di un kolossal della Ohm Eros Production, e si gongolava, gonfiando come un mantice i depilatissimi pettorali, per essere stato scelto ancora una volta come attore protagonista. Del resto – pensava appoggiando lontano i suoi occhioni belli e ignoranti – chi se non io?
Achille Greco aveva collezionato tanti appellativi nel corso della sua dura e sfolgorante carriera nel cinema hard: il Mirmidone di Marmo, il Pelide senza peli, l’epico Re della tradizione orale, il Semidio Semidai, ma tutti lo conoscevano come Ahh Killer, il cecchino degli orgasmi. Leggendo la sceneggiatura, però, ben presto trovò modo di rabbuiarsi. Capriccioso come un’ottusa primadonna, si adirò funestamente quando vide che la scena di apertura, un pugnace ménage a trois insieme alle gemelline svizzere Chriss Heide e Breeze Heide, era stata affidata al suo rivale di sempre, il dotatissimo turco Agha Mennon. Che infamia, e che beffa! Fin dai tempi dell’adolescenza il piccolo Achille, quando era solito praticare autoerotismo con l’aiuto di grandi hamburger, sognava di avere rapporti carnali con delle vere svizzere, e ora l’occasione gli veniva negata per un inaccettabile sopruso. Si diresse deciso alla sede della Ohm Eros Production con la ferma intenzione di abbandonare il progetto, e così in effetti fece, lasciando il suo ruolo al collega e amico fraterno Patrizio Bassi, conosciuto nell’ambiente come Pat “Rock” Low. Quest’ultimo però, volendo emulare in tutto e per tutto le prestazioni di Ahh Killer, rimase ben presto con la schiena irrimediabilmente bloccata dopo aver girato un’intricata scena di bondage. Fu così che il nostro eroe, dal minuscolo cervello ma dall’enorme cuore, decise di tornare a far parte della squadra, e accettò di mettere nuovamente a disposizione la sua lancia per trafiggere un gran numero di troiane. Non sapeva però che un evento tanto fortuito quanto nefasto stava per condizionare la sua fulgida carriera. I patti con la produzione erano sempre gli stessi: semplici e molto chiari. Avrebbe girato qualunque tipo di scena, spogliandosi ove e quando necessario, a patto di poter tenere sempre indosso il calzino destro. Nessuno avrebbe dovuto chiedergli spiegazioni su quello che tutti avevano finito per considerare un necessario vezzo. Si apprestava a girare la scena clou, quella in cui insieme al possente Aiace Telamordo avrebbero dovuto tentare una doppia incursione tra le fila del nemico, uno con attacco frontale e l’altro aggredendo la retroguardia. Stavano cospargendosi di frumento e orzo per girare al meglio la scena di nudo integrale, quando un’avventata e ignara scostumista sfilò ad Ahh Killer il mitico calzino. Il silenzio calò improvviso, e tutti si fermarono, ma nessuno poté fare a meno di dirigere lo sguardo verso l’epico tallone scoperto. E tutti lo videro. Tutti videro un uomo possente, meraviglioso, forte e bellissimo, con un vistoso tatuaggio sul tallone destro: un tenero orsetto accompagnato dalla scritta “I love my teddy bear”. Nessuno seppe trattenere le risate. Il solo Pat “Rock” Low si morse le labbra e abbassò lo sguardo. Ahh Killer si abbandonò alla vergogna e capì subito che una parte di sé era morta. Era finito di colpo il suo orgoglio cieco, ingrediente necessario nella sua carriera di attore hard, che di fatto ebbe fine in quel preciso momento.
Oggi Achille Greco e Patrizio Bassi vivono con tranquillità e disincanto la loro storia d’amore, per troppo tempo mascherata e repressa.

lunedì, novembre 05, 2012

mercoledì, settembre 12, 2012

Il Cavaliere Non Violento

Racconto pubblicato sulla rivista Linus - Anno XLVII n.11 - Novembre 2012 - pp. 68-69 - editori Baldini Castoldi Dalai, all'interno della rubrica "Laboratorio Esordienti" a cura di Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi, Scuola Omero.

(racconto da me scritto nell'ambito della Full Immersion organizzata dalla Scuola Omero nell'Agosto 2012)
(immagine di Luigi Annibaldi)

Dentro l’alta torre, sopra il potente drago, oltre l’erta scala e al centro dell’angusta stanza con piccola finestra vista mai, Abelina corrisponde quasi perfettamente ai canoni della bellissima principessa da salvare: è bellissima, è una principessa e soprattutto vorrebbe essere salvata.
Però è stronza.

Per esempio, la lista della spesa che oggi Abelina lascia al drago è:
  • drago ti odio
  • 2 pacchetti di sigarette gusto fragola
  • 1 crema anticellulite
  • muori muori muori muori muori
  • 1 leccalecca azzurro a forma di pene di principe
  • 1 poster di San Giorgio
  • vaffanculo drago
Dopo anni di forzata convivenza, il drago ormai conosce l’unica arma con cui può resisterle: la pazienza. Si fa scivolare addosso le beffe e gli insulti, fa arrivare alla torre tutte le sciocchezze che Abelina chiede e poi le recapita, insieme a un buon pranzo e alla biancheria pulita, nella stanza della principessa.

Negli ultimi anni sono sempre meno i cavalieri che si presentano alla torre per sfidare il drago e salvare la principessa. Quasi tutti sono disperati piantagrane in cerca di un ultimo tentativo per raddrizzare le loro vite bruciate. In genere, basta una fiammata distratta per carbonizzarli e farli precipitare verso il loro insuccesso.

Il giovane cavaliere che oggi si avvicina alla torre è il famoso cavaliere non violento: è noto nel reame per portare a termine le sue imprese con il minor spargimento di sangue possibile. Quasi sempre, neanche un ferito lieve.

Equipaggiamento del cavaliere non violento:
  • 1 scudo “Mahatma” con effige di Gandhi e scritta “I Love my enemy”
  • set di 12 frecce “Nannadoro” con punta sonnifera
  • 1 arco ecologico in legno di bambù
  • 2 bandiere bianche “Sventolin” antipanico
  • 1 libro di mantra buddhisti
  • 1 spada “Ultimaspiaggia” per situazioni di estremo pericolo
  • incenso da meditazione
- Scappa, ragazzo, finché sei in tempo. Sei bello, hai una vita di libertà di fronte a te – pensa il drago. Ma il cavaliere è qui per combattere, non c’è più spazio per i pensieri. La prima debole fiammata viene schivata agevolmente, con un movimento breve e rapido.
Un’altra fiammata, più forte e decisa, e un altro balzo, altrettanto agevole. Altre fiammate, altri fendenti, neanche un colpo a segno.
La principessa, abituata a sentire per pochi secondi gli echi di una lotta impari, poi il rumore di un rutto infuocato seguito da un silenzio vuoto di speranza, oggi è attratta dall’insolita durata della lotta. Nervosamente, aspetta.
Il drago incrocia lo sguardo del cavaliere, è uno sguardo meravigliosamente vivo.
Colpo d’ala, colpo di zampa, fiammata fortissima. Schivato, schivato, schivata.
Il cavaliere sembra danzare con il drago una fantastica capoeira non violenta, in cui nessuno colpisce nessuno. All’improvviso, il drago sente una puntura fortissima sulla lingua. Si tratta di una freccia Nannadoro scagliata dal cavaliere dopo l’ennesima fiamma schivata. Il tempo di sentirne il sapore amaro per un secondo e il drago crolla a terra con dolcezza.
– Ne avrai per un paio d’ore, lucertolone, al tuo risveglio sarò già fuggito con la principessa – sussurra il cavaliere.
Accende un bastoncino d’incenso profumato alla magnolia e si allontana con un inchino che il drago non può vedere: dorme già profondamente. Il cavaliere, euforico e senza un graffio, bussa trepidante alla porta della principessa. Sa di essere atteso, ed entra.

- Mio eroe! Finalmente! Hai ucciso quel brutto drago per me! Evviva, l’hai ucciso! – La principessa lo accoglie con un insolito sorriso.
- Buongiorno principessa, che la pace sia con voi. In effetti ho sconfitto il drago per salvarvi, anche se tecnicamente non l’ho ucciso. Ora, in ginocchio da voi, chiedo il permesso di prendervi in braccio e baciarvi, per celebrare il…
- Scusa scusa scusa come hai detto? – Il sorriso sparisce subito dal volto di Abelina – Non l’hai ucciso? Non hai nemmeno ucciso quella schifo di lucertola sputafuoco e io dovrei pure baciarti?
- Principessa, in primo luogo vorrei farvi notare che si tratta di uno dei rarissimi esemplari viventi di Lacertilia Draconis, specie in serio pericolo di estinzione – replica pacatamente il cavaliere restando in ginocchio davanti ad Abelina – e comunque a noi basta che il drago rimanga addormentato per il tempo sufficiente a scappare. Possiamo uscire indisturbati e vivere felici e contenti!
La principessa guarda il cavaliere dritto negli occhi. Uno sguardo cattivo e molto serio.
- Non voglio scappare, voglio vincere. Il drago è la mia prigione. Se mi vuoi, la tua ninnananna non basta. Devi ucciderlo.
Il cavaliere si rialza, fa una pausa per raccogliere le idee e inizia a parlare con lentezza, come se stesse leggendo un pensiero, sempre più chiaro davanti ai suoi occhi.
- Sì, speravo di potermela cavare così, e come al solito pensavo di ottenere il massimo: principessa salva, zero violenza, neanche un graffio, libertà, trionfo completo. Ma questa volta devo ammettere che avete ragione voi, principessa. La mia spada dovrà finalmente conoscere il sangue.
Il Cavaliere si gira, attraversa la stanza in direzione della porta, poi torna indietro verso la principessa, poi di nuovo verso la porta. E’ un passeggiare nervoso. Non ha mai ucciso nessuno, ma ora sa di doverlo fare.
- Sbrigati, imbecille! – strilla Abelina.
Il Cavaliere ferma il suo andirivieni e prende un respiro, estrae la spada “Ultimaspiaggia” e con un colpo netto stacca la testa alla principessa. Chiede scusa, bastoncino di incenso, si volta, esce. Si sdraia vicino al drago, piange un po’, riposa.

Quando il drago si sveglia nessuno ha bisogno di chiedere, nessuno di spiegare. Solo dopo alcuni minuti il cavaliere rompe la fragile crosta di silenzio:
- Lo sentivo che il mio destino era di liberare qualcuno. Ma non ne sospettavo il prezzo. - Ora dobbiamo andare amico, questa torre non è più casa mia - dice il drago.
Come due vecchi amici, il cavaliere e il drago escono dalla torre e si avviano lentamente verso il tramonto.

mercoledì, agosto 22, 2012

Lucertole

Un po’ sirena, un po’ donna cannone, ti farai trovare pronta ad essere sparata nel vuoto da un grido di piacere primordiale. Muoverai la coda fortissimo, surferai veloce eludendo le trappole acide del pH vaginale e ti getterai con slancio al collo dell’utero. Intorno a te vedrai arenarsi progetti destinati a non essere mai realizzati né pensati, vedrai audaci scommesse perdersi per strada, supererai piroettando flessuosa leali concorrenti e con la forza di un’idea folle entrerai in un magico mondo sferoidale, pervaso di vita. Arriverai per prima, e percepirai una forza unica, intensa, ma composta da mille vibrazioni differenti che solo anni più tardi proverai a riassumere con la parola amore, e sempre ti sfuggirà qualcosa. Imparerai tanti nomi dal suono magico, come padre, amica, figlio, amante, fratellino. Ti taglierai i capelli corti, poi guarderai il pavimento pieno di riccioli biondi e ti divertirà il fatto che non potrai mai più riaverli in testa. Almeno non quelli. Proverai a decidere che per qualche amore proprio non c’è nome. Non saprai come chiamare Lucia. Amica? Amante? Sorella minore? Questi nomi affascinanti rimarranno latenti, parzialmente disinnescati, ad approssimare vagamente il tuo sentire: ti accorgerai che ciascuno di essi avrebbe finito per cancellare i battiti degli altri. E allora deciderai di continuare a chiamarla soltanto Lucia. Piangerai spesso, e dopo una semplice delusione teorizzerai modelli, strutture, implicazioni e divieti, proverai mille alchimie e cercherai le regole per dividere l’amore dal non amore. Puntualmente, le disattenderai con leggerezza. Andrai da sola nella casa al mare, forse per studiare, forse per pensare, forse per restituire pensieri al mare. Fingerai di disinteressarti di un amore impossibile da spiegarti e lo stesso giorno ne resterai ossessionata, quasi avvelenata dalla dolcezza dei suoi battiti. Resterai a lungo nel letto grande, a pancia sotto, e sentirai il seno premuto contro il pigiama, il pigiama premuto contro il cuscino, il cuscino premuto contro il materasso, e il materasso premuto contro il battito lontano del tuo cuore.

E poi di notte sognerai le lucertole. Sognerai un predatore senza volto ma con un nome da far gelare il sangue, e le lucertole ferme, con il cuore a mille sotto il corpo immobile, lontano, e fingeranno di essere morte per non essere dilaniate. Arriveranno al punto di separarsi dalla coda pur continuando a muoverla fortissimo, agitandola lontano dal proprio corpo, come la bandiera bianca di un sogno che si vuole abbandonare. E il predatore se ne andrà via, ingannato e freddamente indifferente.

Ti sveglierai, e penserai che si tratta di una buona strategia: fingersi morti, fingersi altrove, per non farsi dilaniare dall’insostenibile presenza di un amore impossibile. Ti passerai una mano tra i riccioli, concederai uno sguardo complice al mare al di là delle tende bianche, e ti metterai a sedere sul letto. E deciderai che forse no, è una strategia che non vorrai applicare, almeno non in questa vita. Quello sarà il giorno in cui sceglierai veramente di amare. La tua storia sarà incominciata tuffandoti nel vuoto, ed è una cosa che non vorrai mai disimparare.

sabato, giugno 16, 2012

Occhi negli occhi

Mohammed è immobile. Fedele guardia del corpo del placido monarca, lo difende con la sua stazza ottusa. Di fronte a lui, Amedeo scatta in avanti con un grande balzo, e inizia a guardare Mohammed negli occhi. Poi sembra tranquillizzarsi, ma inesorabile continua la sua avanzata: un passo, un altro passo, senza mai distogliere lo sguardo. Adesso è proprio davanti al vecchio nemico, conosciuto e troppo simile a lui. Mohammed lo vede chiaramente arrivare, e con una sorta di compassionevole rispetto lo attende fermo, senza nascondere una spavalda espressione di sfida. Occhi negli occhi, la loro somiglianza è sbalorditiva. Stesso senso del dovere, stessa arroganza ottusa e determinata a guardare sempre avanti, a costo di perdersi le sfumature della vita. Tutto bianco o tutto nero, entrambi tagliano corto: le tonalità di grigio le lasciano a quei fancazzisti che hanno tempo da perdere. Si assomigliano anche nei tratti somatici: sono entrambi tozzi, brevilinei ma possenti. Carichi come molle compresse a terra, sono pronti a balzarne via con rabbia. Il torace palestrato è coronato da un collo taurino tornito con meticolosa ignoranza. Il collo, decorato da una volgare catena d’oro, sorregge una grande testa regolare e completamente rasata, in mezzo a cui sono ficcati degli occhi rotondi, piuttosto belli ma inespressivi. Sembrano studiati per incutere una paura liquida senza forma, senza profondità, come cellule non differenziate pronte ad assumere il proprio ruolo, onesto e cattivo. L’unica apprezzabile differenza è scolpita nel loro codice genetico: Amedeo, svizzero di origini siciliane, è bianco, mentre Mohammed, per dirla con un’espressione che a lui stesso non piace, è di colore. Preferirebbe “negro”. Questo termine contiene tutta l’onesta ottusità con cui è stato forgiato, e che si porta dentro. Nato in Senegal e da più di metà della propria vita in Europa, è sempre stato abituato a sacrificarsi per gli altri, senza pensarci troppo.

Amedeo e Mohammed, uno di fronte all’altro, sono separati ormai da pochi centimetri, e nessuno dei due vacilla, occhi negli occhi, come specchi ripetitivi di una guerra di cui sono attori, non protagonisti. L’unico rumore che accompagna questo magnetico scontro è il fastidioso ticchettio di un orologio. Distante e inesorabile, il suo incessante tic-tac sembra prevedere il loro inevitabile futuro, o forse solo allontanarlo un po’. Scandisce il tempo per esorcizzare una promessa che nessuno dei due vorrebbe mantenere. Amedeo e Mohammed sono destinati ad uno scontro che non dovrebbe arrivare mai, almeno non in questa vita, almeno non secondo il loro cuore. Occhi negli occhi, battiti nei battiti, pensieri nei pensieri, improvvisamente vengono salvati da una voce salvifica e lontana, che spezza questo tremendo incantesimo d’attesa. La sentono distintamente, e capiscono che miracolosamente è tutto finito. “Scacco matto!”. Il ticchettio cessa.

Improvvisamente i due pedoni si sentono sollevati e tornano a dormire di un sonno senza gerarchie. Fino al prossimo scontro.

mercoledì, giugno 06, 2012

Vigilia


Genova, leggera brezza di tramontana.
Cielo terso, mare spensierato.
Dopo una pausa, sbuffando pigro, l’autobus accoglie la donna e la bambina nel suo ventre arancione. Le inghiotte in uno sbadiglio e con uno scatto sonnecchiante riprende il suo cammino frastagliato.

Elisa prende con grazia la mano di sua madre, e con la mano libera, in un elegante gesto che sembra nascere da un rito giapponese, sistema i capelli biondi con il fermaglio di Hello Kitty, sotto il berretto di lana. Un gesto silenzioso, naturale e preciso. Guarda la madre, la strada, poi ancora la madre e gli altri passeggeri. Ora si distrae, sa che può farlo. Chiude gli occhi e poi, ogni tanto, li riapre. Le piace viaggiare sull’autobus, a Genova, anche in piedi. Le piacciono gli improvvisi sobbalzi sull’asfalto disconnesso, il ruvido vibrare del motore sotto la suola delle scarpe, le frenate in discesa, le improvvise svolte in salita, e le curve che disegnano il profilo del mare. E’ un gioco continuo, piacevole e discreto, a cui lei deve soltanto abbandonarsi. Dopo la fermata dell’autobus in Piazza Sturla la mamma alza il suo sguardo, fino a quel momento rivolto con intensa premura verso Elisa, e si accorge della presenza di Tony, seduto a pochi metri da loro, con lo sguardo incorniciato nel metallo sottile degli occhiali, incartato come un regalo prezioso nella bambagia di una rassicurante barba di cotone, e rivolto quasi con devozione oltre il finestrino, molto più lontano.
A Elisa, Tony ricorda la versione simpatica di Babbo Natale. Ora, non è che Babbo Natale non sia simpatico, ma le è sempre parso che manchi qualcosa. Un po’ come la luna, puoi sempre ammirarne una faccia, quella rivolta verso di noi, verso il pubblico, verso i sorrisi e le macchine fotografiche. Ma chi ha mai visto Babbo Natale di schiena? Chi ha mai intuito i pensieri che nasconde dietro la barba e dentro al cappello?
Tony, invece, basta guardarlo per poterlo vedere tutto con un solo sguardo, anche di schiena, anche i pensieri. E poi sa ridere, non si fa pregare per estrarre i suoi contagiosi denti di castoro e riempirli di autentica gioia, curiosa e sghignazzante.
“Ciao” – dice la mamma al vecchio amico – “Pensavo fossi rimasto in Canada, non aspettavo di vederti qui, la Vigilia di Natale”.
E’ un’affermazione che in realtà assomiglia molto a una domanda, a cui Tony, dopo una pausa quasi teatrale e avere tuffato ancora una volta le dita nella barba, si decide a rispondere con il suo inconfondibile accento italo-canadese.
“Quest’anno volevo respirare un po’ di Genova”.
La bambina lo fissa per un attimo, come se fosse innamorata, di qualcosa che sta vicino al baricentro tra Tony, Genova, il gioco e un’idea.
“E dove vai di bello?” – chiede incuriosita la mamma.
La risposta non tarda ad arrivare.
“Non vado. Sto sull’autobus”. E dopo una pausa: “Oggi lo passo sul 15, mi culla come una madre tra le curve di Genova. Mi mancava questa sensazione di gioco continuo”.
L’autobus sobbalza.
Elisa gli sorride senza guardarlo dritto negli occhi, con un sorriso complice di un’idea semplice.
L’autobus sobbalza ancora, ed Elisa arrossisce. Come per un vezzo automatico si sistema ancora il fermaglio di Hello Kitty. Ovviamente non ce ne sarebbe bisogno. E spera che quel viaggio, quel gioco, l’incontro con quel signore, possa durare veramente a lungo.

E’ la vigilia di Natale, e tutto sembra elasticamente caricato di attesa.
Mai fermi, sempre in equilibrio, come Genova e il suo mare.

martedì, aprile 24, 2012

La Volpe e l'I.V.A.



"Perché anziché 100 codine dovrei pagarne 121? Solo per una bottiglia di questo dolcissimo vino?".
La volpe sommelier, perleccando il suo amaro tassevin, disse che non percepiva il valore aggiunto, e aggiunse che pensandoci bene sentiva chiaramente un retrogusto imposto, beffardo e innaturale. Provò a ritrattare, a contrattare, e non volendo scendere a compromessi con il sistema ripiegò ordinatamente la sua brama su un naturale e atavico desiderio di uva, quella sì veramente all'altezza. Maledetta I.V.A.

lunedì, aprile 16, 2012

La Cicala e la Formina


Su una spiaggia, una cicala fuori luogo cercava di passare una notte struggente che lenisse (o forse acuisse) la sua forte nostalgia dei prati. Vicino a lei giaceva, dimenticata dai giochi distratti del giorno, la formina verde di un cuore. La cicala iniziò a cantare, trovando ispirazione nel colore della formina, e provò a scaldarsi e scaldarle il cuore. Ma la formina ben presto lo interruppe. "Friniscila! La tua voce non è quella del mio bambino, il mio verde non è quello di un prato. E purtroppo per me è tutta una questione di forma". E la cicala comprese, ascoltò la loro distanza siderale, pianse, amò.

lunedì, marzo 12, 2012

Euridice e la meraviglia di essere nonni

Bambini di diverse dimensioni
Parlando di ricordi, e della distanza che ci separa da loro, riparto dalla nostalgia di Orfeo. Ogni cosa che accade nella vita ha due principali porte di accesso: l'esperienza e il ricordo. L'esperienza proviene dall'ascolto delle sensazioni mentre la cosa succede; il ricordo prova a ricreare alcune di queste sensazioni (vorrebbe ricrearle tutte, ma non ci riesce), cercando di riprodurle per risonanza, raccontandole, rammentandole, talvolta rammendandole, colorandole, riascoltandole, anche tante volte, come una canzone che non può stancare. Il ricordo, dicevo nell'altro post, può essere portato quasi fino a noi, fino ai bordi dell'essere, come Euridice, ma a un certo momento bisogna voltarsi, e lasciarlo andare. Possiamo ricordare tutte le volte che vogliamo, e ricordare insieme è qualcosa di ancora più potente, è come illuminare con più luci la stessa scena, rendendola ancora più realistica e viva. Ma non ci è dato di provare due volte la stessa esperienza; soprattutto quando tanto tempo passa da un evento lontano. Le condizioni cambiano, e se non altro di certo siamo cambiati noi. E comunque nulla due volte accade, come dice anche Wislawa Szymborska in questa meravigliosa poesia.
C'è una cosa, però, che fa quasi eccezione. E' il diventare nonni. Si è stati genitori, e si sono provate delle sensazioni intime e difficilmente descrivibili, ma profondamente istintive e immediate, e quindi difficilmente modificabili da una rielaborazione razionale. E poi, dopo tanti anni, può succedere che arrivi qualcosa a toccare le stesse corde, a far vibrare le stesse emozioni, quelle di un lontano ricordo, magari di trent'anni fa. E per una volta nella vita, forse, si riesce ad abbracciare con lo stesso sguardo, ad accarezzare con la stessa mano, le emozioni congiunte di esperienza e ricordo. E questa è meraviglia.

lunedì, dicembre 19, 2011

I Re Mogi

I Re Mogi erano troppo depressi per mettersi in cammino; brindarono stancamente per la nascita del Salvatore e con lentezza ripresero a fumare mirra.

venerdì, novembre 11, 2011

Punto di Svista

Ti ho svisto, attraverso uno sbagliore,
era il pallore dei tuoi occhi di traverso;
ubriaco che scrive sversi e canti,
e ti ritrovi sverso, suonato, di traverso.
Caparbiamente intento a spiccare il suolo
stravedi per le traveggole del tempo,
sicuro che c’è un tempio per sragionare
della musica di un tempo,
o nel tempo della musica,
rimbombante e stempiato
roboante, stemperato,
o magari soltanto strampalato.
Tu, coltivatore d’oppio di una vista doppia,
coltivatore sfocato di sviste,
condannato ad errare per mestiere come un vagabondo
malsicuro, mai sicuro,
porti avanti con delirante tremore divino
la sublime incertezza
del tuo maldestro punto di svista.

(nell'ambito del gemellaggio con il blog Mi è suonato di traverso
in cui si proponeva il tema de "la svista")

domenica, ottobre 23, 2011

Il Lupo Nannaro

Il Lupo Nannaro, ogni notte di luna piena, vuota, mezza piena, mezza vuota, e tutte le intermedie sfumature di ottimismo, si trasforma nell'invisibile copia di sé stesso e si sdraia tra i sogni di tutti i bambini. In questo modo cerca di conoscere l'intima immagine di sé, dopo avere riposto il monotono specchio del giorno.

mercoledì, ottobre 12, 2011

Fare la somma

Tante persone impegnate nel provare a fare la differenza. Ma mi piace fortemente l'idea di tentare di fare la somma

giovedì, ottobre 06, 2011

Stay hungry, ma non troppo

E' morto Jobs, viva Jobs. "Stay hungry", risuona una delle sue più famose linee guida. Sì, ma non troppo. E' bello anche sentirsi sazi, ogni tanto. La sazietà è una condizione di equilibrio poco capitalistica, perché non innesca nient'altro. Si gode se stessa, si basta.

Da questo articolo su Sparknotes :
"The hormone insulin also plays an important role in regulating hunger. Insulin allows cells to access glucose in the blood. When the pancreas secretes insulin, hunger increases.".

Da Wikipedia:
"Il cancro del pancreas [...] è un cancro che origina da cellule all'interno della ghiandola addominale nota come pancreas, organo che produce insulina [...]".

Steve Jobs è morto di cancro al pancreas.

Non sta a me decidere se c'è un nesso, probabilmente no.

Comunque stay hungry, ma non troppo.

martedì, agosto 23, 2011

Euridice

Euridice, madre della bellezza dei nostri ricordi. Volendo ammirarli per il loro meraviglioso potere evocativo, in arrivo sulle frequenze dell'emozione, possiamo portare i ricordi quasi fino a noi, ma non del tutto, solo fino ai bordi dell'essere. E' forse per questo che ti volterai, Orfeo?
La nostalgia è un bellissimo modo di viaggiare.

martedì, luglio 05, 2011

L'aspirante Scrittore

L’aspirante scrittore prese in considerazione l’idea di smettere di fumare. Dopo un sospiro, smise di aspirare e cominciò a scrivere.

giovedì, febbraio 10, 2011

La dodicesima rosa

(continuazione mia su incipit letto altrove)

Le regalò dodici rose... undici vere, ed una finta. E le disse: ti amerò fin quando non moriranno tutte le rose.

Morirono undici rose, lasciando cadere petali di speranza e di passione. A lei rimase in mano l'inodore certezza di un amore senza coraggio, di un amore che non sa rischiare, di un amore finto. Per sempre.

giovedì, ottobre 07, 2010

L'Amore non è Perfetto

(poesia con cui ho partecipato al Primo Poetry Slam di Genova II, 6 Ottobre 2010)

L'AMORE NON E' PERFETTO

L’amore non è perfetto.
Alla perfezione non manca nulla,
e nulla ha da mancarle, per definizione.

L’amore è figlio naturale della mancanza:
E che vertigine sarebbe, senza il vuoto in cui cadere?
Tutti i baci, le spinte di bacino, le case costruite
sanno riempire un vuoto,
e ogni abbraccio è dissetante;
Ma ogni respiro, ogni rincorsa, ogni distacco,
(di pochi secondi, o di molte vite)
il vuoto lo sanno creare,
e fioriscono meravigliose nostalgie.

L’amore non è un concetto.
Un concetto si può impacchettare,
definire, allontanare.
Si può adorare come un dio esterno,
nella perfezione ancestrale di un’idea,
di un vampiro di plastica
di una storia piena e perfetta,
e quindi inutile, perché non manca nulla.

L’amore non chiede permesso,
perché non sa bussare,
è solo capace di fare irruzione,
magari in punta di piedi
nudi imbracciando un fucile
carico di fiori, di temporali,
di carezze o di violenza
di follia, o di pazienza,
e senza saperlo (né lui, né noi)
sa modellarci a sua immagine:
Indelebile, e meravigliosamente imperfetta.
Gli arcobaleni, sono da guardare.
Solo da guardare.

L’amore non è perfetto,
L’amore è infinito.

Un amante
è per sempre.

Poesia Emetica

(poesia con cui ho partecipato al Quarto Poetry Slam di Genova, 26 Maggio 2010, arrivando secondo)

POESIA EMETICA

Il mio nome è Bond.

Mi hanno chiesto di scrivere in versi e allora
Bang, gulp, uuuuuuhhh, sdeng, ratatatatatatà, bleah.

Cara la mia poesia,
per adesso fai schifo,
ma non temere:
è proprio questo l’obiettivo.

Mi hanno chiesto di scrivere in versi e allora
Scriverò poesie emetiche.
Emetiche, ovvero poesie
che fanno vomitare.

Mi hanno chiesto di scrivere in versi e allora
Non voglio essere abile ma labile,
voglio scivolare sul vomito,
pattinare sullo schifo.
E scrivere di rigetto,
per chiedere al panettiere un filone poetico
e vomitarlo sotto i suoi occhi,
ovvero sugli zigomi,
con la solita scusa degli sbocchi culturali,
e andare via, senza neanche cagare.

Mi hanno chiesto di scrivere in versi e allora
ho conato nuovi termini,
ho creato i cacofonemi,
fatti di munfugli,
di slipandri,
di bruzzi,
di farlusci,
di chiazzagli,
di rumolli,

Fatti di quello che vogliono,
basta che vòmitino e facciano vomitare,
per mostrare la differenza tra la catarsi e il catarro,
tra la colpa e la vergogna,
tra l’automa e l’autore,
tra l’autore e l’autorimessa,
tra l’autorimessa e rimettere in auto,
tra rimettere in auto e rimettersi in moto,
girando la chiavetta d’accensione dei sensi
per riuscire a discernere
tra avere senso e fare senso,
tra il cuore visto da fuori e lo stomaco visto da dentro,
tra l’indignazione
e metterci per una volta un piede dentro a questa pozza di schifo.

Il mio nome è Bond.
Nausea Bond.

L'orgia delle Fate

(poesia con cui ho partecipato al Quarto Poetry Slam di Genova, 26 Maggio 2010, arrivando secondo)

L'ORGIA DELLE FATE

Come sempre,
Un gesto d’intesa,
è un tacito accordo.

Come sempre,
lascio aperto,
e aspetterete il mio sonno
prima di entrare in camera da letto,
nell’oscurità,
nel silenzio,
come sempre.

Stanotte
Non dovrete neanche spogliarmi
Perché fa caldo
E sono andato a letto nudo,
stanotte.

Strana questa notte,
come sempre.

Come sempre
Non vi sento entrare,
Ma una di voi
Mi sussurra qualcosa all’orecchio,
e non sono parole
ma una sorta di gemito acuto. (...)
E’ come una sfida di fate sognate.
E’ come un canto di sirene scopate.
E infatti apro gli occhi
E non vi scorgo.

Sono immerso in un’orgia ma non posso toccarvi,
non riesco ad interrompere
la vostra danza lieve sul mio corpo,
il vostro incessante succhiare,
il vostro gioco di amore e di morte.

Sì, di amore e di morte,
perché il patto è tremendo, lo sapete anche voi:
Ti riveli ai miei occhi? Vieni uccisa.
Con un gesto rapido, vieni ammazzata.
Alcune di voi rimangono immobili,
tremende icone di tremenda giovinezza,
e altre mi mostrano l’ultimo sangue,
come per restituirlo troppo tardi
a candori di amplessi virginali.

Muori! Oso esclamare
Con le mani ancora macchiate
Di un assassinio concordato,
promettendo che domani, però
la finestra starà chiusa.

Fottute zanzare.

mercoledì, settembre 22, 2010

La coca cola

(poesia con cui ho partecipato al Secondo Poetry Slam di Genova, 24 Febbraio 2010)

LA COCA COLA

La ricetta segreta
Della fabbrica di Atlanti
è reggere il mondo sulle mie palle
Come un dio annoiato
Che si crede onnipotente
E quindi stanco
Di vincere sempre

... CRACK!
Fumo la coca,
e la coca cola
nelle mie vene poetiche,
ma solo un po’ etiche
perché mi sento
come un dio annoiato
che si crede onnipotente
al di sopra della morale,
una morale che scoprirò alla fine
perché adesso piscio parole
perché adesso mi sento un campione,
un campione d’urina
e vado all’antidoping
ma non mi beccano perché sono dio
anche se la coca cola
e butto nel cesso la verità
e tiro la catena
di Sant’Antonio
perché preferisco lo spettacolo alla realtà
e la coca cola
nel mio cervello
e penso come dio
piscio parole di onnipotenza
non è latrina, è latrinità
nel nome del padre, del foglio
e dello spirito, tanto
perché la coca cola
in terre di sproloqui
e involontaria omertà
dove il silenzio ha senso
per non parlare solo di ciò che appare
nella valle dell’ecco!
E la coca cola
Anche nel mio cuore
Che batte all’incazzata
Veloce ma cattivo
E vorrei fare il turbo
Perché in amore vince chi rugge
Ma forse al cuore non si domanda
Perché risponde dio

E all’improvviso mi accorgo
che non ci riesco mica
A reggere il mondo.

Io non la so la ricetta segreta
Della fabbrica di Atlanti.
So soltanto che la coca cola.

martedì, settembre 14, 2010

Il mio Principe Azzurro

(prima classificata pari-merito al Primo Poetry Slam di Genova, 27 Gennaio 2010)

IL MIO PRINCIPE AZZURRO


Ma di' soltanto una parola e io sarò salvato


Il mio principe azzurro è una puttana
Ama il prossimo suo agli angoli delle strade
E aspettando il prossimo, gli chiede 30 euro
Perché non sa cosa chiedergli, altrimenti
Dagli soltanto una parola, e lui sarà salvato.

Il mio principe azzurro porta una gonna rosa
E sotto ha le calze a 30 denari, ti ricorda qualcosa?
Mai ti tradirebbe per qualcosa che si può comprare
Anche se quando ha freddo talvolta bestemmia.
Dice soltanto una parola, e lui sarà salvato?

Il mio principe azzurro mi chiama "principessa"
E quando chiede carezze porge l'altra guancia
Lo sfioro senza decidere
Se sono mani di uomo o mani di donna
Vorrei che fossero mani di angelo, ma fremono di passione.
Cambia soltanto una parola, e io sarei salvato.

Il mio principe azzurro mi parla d'amore
Dice che l'amore si deve toccare
Dice che l'amore è fatto di te
E' nel silenzio che lo accolgo,
E' nel silenzio che ti accolgo, signore mio.
Non dire neanche una parola, e forse ti salverai.

giovedì, marzo 25, 2010

Dal punto di vista del Lupo

C'è un tempo da lupi, e un tempo per le confessioni. Ma, San Pietro Lupo, io sono innocente, e ti aprirò il mio cuore.
Ero a casa mia bello tranquillo a depilarmi, questa volta cercavo di perdere anche il vizio con il nuovo Lupette Pentalama; la quinta lama taglia il vizio e ne sradica pure l'albero genealogico eliminando suo padre, l'ozio, e suo zio, lo zio. Squilla il telefono ed è quella rompicoglioni della signora Iole Rosso, la nonna di Cappuccetto Rosso. Se c'è una parola che la può definire è: pignola. Una sua amica per farle gli auguri non è andata a dirle "In bocca al lupo"? E lei, pignola, subito a chiamarmi, come se ogni suo desiderio dovesse essere esaudito all'istante. Non voleva sentire ragioni, e allora poso il rasoio Lupette, mi lavo i denti, prendo un po' di bicarbonato e le dispense del corso di fachirologia, e mi reco dalla simpatica nonnina. Ora, ingoiare una spada può considerarsi un'operazione relativamente semplice, lama o non lama, è un po' come spogliare una Margherita. Ma ingoiare una nonna non è altrettanto semplice, soprattutto quando si dimena e pretende che non le si rovini la messa in piega (e celebrare una messa in piega non è facile neanche se il prete è un esperto motociclista, ma questo è un altro discorso). Però, San Pietro Lupo, ce l'ho fatta. L'ho ingoiata per intero e l'ho custodita nel mio stomaco, come originariamente pattuito. A quel punto avevo pure fretta, perché, oltre che finire di depilarmi, dovevo anche andare aldilà del fiume e raggiungere la pecora che col cavolo che tornava indietro. Era un'operazione che si preannunciava un po' lunghetta. Stavo per risputare la vecchia quando quella mocciosa di Cappuccetto Rosso suona alla porta. Allora in fretta e Furia mi vesto da Cavallo del West, anzi penso che sia meglio mettermi gli abiti della nonna per non spaventare la povera bambina e farla allontanare il più presto possibile senza che si impressioni. Ma lei attacca con le domande. Che occhi grandi che hai, che orecchie grandi che hai, che bocca grande che hai... Insomma ci provi lei a ingoiarsi una vecchia senza fiatare: un po' di dilatazione è il minimo che possa capitare, no? Insomma che la piccola discendente di Sherlock Holmes stava per scoprire il trucco, e così per prendere tempo, e non senza ulteriori difficoltà peristaltiche, ho deglutito pure lei. A questo punto fammi fare una considerazione: la Balena di Pinocchio passa alla storia per avere ospitato dentro di sé Pinocchio e Geppetto, applausi da tutti, urla di tripudio, e faccio notare che: 1) una balena è molto più capiente di un lupo, e 2) l'uscita di sicurezza della balena è quella sorta di sfiatatoio che si trova sopra la sua testa, mentre io, indovina un po' da dove pianificavo di far evadere le due prigioniere. Tra l'altro mi sembrava pure un bel gesto, visto che si lamentano sempre che non le caga nessuno. Beh, riassumendo: applausi alla balena, morte per il lupo, ma grazie! Grazie davvero. Infatti, mi stavo preparando al delicato processo di espulsione quando bussano alla porta quel ficcanaso del cacciatore e quel salame di suo figlio, il cacciatorino. Notevolmente appesantito vado ad aprire, li faccio accomodare, poi il piccolo mi dice: "Sai che cosa mi è successo ieri?". E io, per essere gentile: "No, spara!". 'Sto scemo non va a imbracciare il fucile e a fare fuoco? E io, sai che cosa ho fatto, San Pietro Lupo? Sono riuscito ad alzare la canna quel tanto che bastava per non farmi colpire al ventre. Ho condannato a morte certa me stesso, ma ho salvato le due donne. L'ho preso dritto al cuore, San Pietro Lupo. Dritto al cuore. Sono morto sul colpo; schizzi di sangue dappertutto, anche il cappuccio di Cappuccetto Rosso si è tutto intriso di sangue. E ora te lo posso dire, prima era bianco come la neve, e il suo soprannome è stato creato a posteriori per gettare una luce diversa sull'intera vicenda: il cacciatore ha estratto le due malcapitate dal mio stomaco e ha inventato la storia nota a tutti per scagionare lo stupido figlio e per coprirsi di immeritata gloria. Quanto a me, il mio corpo è disintegrato, e la mia memoria irrimediabilmente infangata. Dimmi, che ne sarà della mia anima? Dritto al cuore, San Pietro Lupo, dritto al cuore.

mercoledì, gennaio 20, 2010

Il Casino del Tempo Immobile

Bussai. TOC. Un colpo. TOC TOC. Due colpi. E via, dentro un casino a cui sarebbe stato d'azzardo mettere l'accento, e metto l'accento proprio sul fatto che l'azzardo era stato tornarci: era un casino di tempo che non ci andavo, nel Casino del Tempo Immobile.
Una volta entrato passai sotto una volta di cera modellata da resti di candele smorzate, che una volta non c'era ma in quel momento c'era. C'era una volta. E la favola ebbe inizio. Mi voltai di scatto e fotografai la situazione, poi bussai alla porta della prostituta. Era aperta.
All'interno rimasi stupito del caldo affresco che campeggiava sulle tende e sulle pareti della stanza, iconografia di rapporti sessuali che sembravano veri: un trombe-l'oeil eseguito con straordinario realismo.
C'era dipinto il risveglio dei cappuccini con la pratica della caffellatio, un caffè che alcuni ritenevano penoso ma era quello che passava il convento, tramandato oralmente da padre in padre.
C'era dipinta la scena 777, per non vedenti con lettura di capezzoli Braille e colpi dati alla cieca e restituiti dalla russa, una generosa roulette di piacere, espressiva ma muta, che si esprime a gesti osceni, o scemi come con il sub a cui la muta sta sempre addosso, e lui fa l'amore ma vuole stare sempre sotto.
Poi si scorgeva dipinta la posizione del giudice: donne latex-togate, a confessare colpe e farsi dare colpi, a invocare pene e venire accontentate, a ricorrere all'appello per partecipare a orge in ordine alfabetico.
Mute a donne mutevoli, colpi a donne colpevoli, malleoli a donne malleabili, il Papa a donne papabili, che morto un Papa se ne fanno un altro, amplessi accavallati, ingarbugliati, con precoci grovigli in cui tutti i nodi vengono al petting; maschi con semi precoci, femmine con seni procaci, ragazze rette con bellissime curve, ragazze rette ad angolo retto per spirito di squadra, gambe, giochi, cuori, mani, occhi accessibili e occhi sbarrati, alluci tesi e ipotesi di alluci, stati di alluci, alluci-nazioni, visioni, euro-visioni, funghi allucinogeni e funghi allupinogeni per aumentare il desiderio, alluci che fungono da funghi, funghi sugli alluci, cesti di funghi fratelli che praticano l'in-cesto, con i minori che risentono di amplessi di inferiorità; un complesso puzzle con voluttuosi incastri, schiacciati da colori pestello, colori accesi, concitati ed eccitati, superbo dinamismo ma ineffabile eternità.
Il suo godere era tangibile e non c'erano calcoli da fare per risolvere la sua espressione di godimento. La soluzione c'era ed era appunto sciogliermi, unirmi all'immensa forza evocativa dell'affresco, ero sopra di lei con tutto il mio peso, e non era capacità quella che mi permetteva di essere all'altezza, era proprio il liberarmi del fardello di misure e dimensioni e volare fuori dalla nostra dimensione con un cavallo a lato, e un alfiere sempre al centro, sulla scacchiera di un mondo nuovo, un mondo e-terno sulla ruota della fantasia, senza regole e di incerta dimensione: 3D? 2D? Un dì, forse, lo sapremo. Punto. Senza Dimensioni. Ma emozioni?.

lunedì, dicembre 14, 2009

Al Verde

Dopo avere frequentato un costoso corso per migliorare carisma e autostima, rimase al verde ma diventò per tutti il Credibile Hulk.

venerdì, ottobre 09, 2009

lunedì, ottobre 05, 2009

Poesia - Le valli dell'ego

Uomo di fiato e sudore
poserai i mattoncini dell'ego
su asfittici percorsi di terra
oppure scarterai alato
le carte di fiori e i regali
e cantando di un'aria indecisa
inventerai i colori del vento?

sabato, giugno 27, 2009

Racconto - Labbra Rosse


La ragazza porta in giro le sue labbra rosse.
Allo sguardo più distratto possono apparire come un riuscito esercizio di trucco. La mano sapiente, civettuola artigiana, il rossetto, elegante cosmetico, e le labbra, sorridenti protagoniste.
Ma un sorriso lievemente ironico si apre naturale, come a far capire che questa percezione non coglie l’essenza del gesto.
La ragazza porta in giro le sue labbra rosse mentre dall’orologio cadono i secondi. Si distaccano e con un tintinnio toccano terra. C’è chi mette dei cuscini, in modo tale che il suono non si senta e le persone possano riposare. O permettersi di non invecchiare. O permettersi di non crescere. O almeno di non farci caso. Questo, però, è un problema per i collezionisti di attimi. Per loro, chi gira le viti del mondo dovrebbe farlo con un certo rumore.
La ragazza porta in giro le sue labbra rosse intinte nel colore delle proprie emozioni, e può baciare tutti i secondi, e lasciarsi sedurre da loro, smascherando la bellezza della loro armonica essenza. Come un giuda innamorato li riconosce a contatto, e li rivela al mondo. I secondi, nel loro silenzioso tragitto, si inumidiscono di un bacio talvolta non dato, talvolta sognato, talvolta sorriso.
La ragazza dipinge sulla tela del tempo con le sue labbra rosse.

lunedì, giugno 22, 2009

Il declino di Mogol

Il Gran Mogol compariva nelle vicende di Qui Quo Qua e le Giovani Marmotte, ma grande Mogol lo e' stato anche come autore di canzoni. Particolarmente ispirato nel periodo del connubio con Battisti, ma non solo. Una lacrima sul viso... Cervo a primavera... E anche recentemente ha scritto per Celentano alcuni testi che possono piacere o meno (io non ne vado pazzo), ma sono comunque di un certo livello. Poi, ultimamente, il tracollo. Quasi tutti i testi a cui mette mano sono ben poca cosa, per arrivare al culmine con "Essere una Donna" scritta per la Tatangelo, che vale la pena riportare.


Essere una Donna

Con quegli occhi attenti
come spilli ardenti
mi frughi.
Come un lupo attendi
dentro l'anima discendi
indaghi sempre più.
Ti sembro quasi una farfalla
un giocattolo una palla
si da prendere.
Dimmi il tuo amore cosa vale
so che mi vedi come il miele
da mangiare tu
ma ti stai sbagliando sai
io non sono una ciliegia,
Essere una donna
non vuol dire riempire solo una minigonna
non vuol dire credere a chiunque se ti inganna.
Essere una donna è di più, di più, di più, di più
è sentirsi viva
è la gioia di amare e di sentirsi consolare
stringere un bambino forte, forte sopra il seno
con un vero uomo accanto a me
Essere guardata
e a volte anche seguita
mi pesa.
Certi complimenti se son rozzi poi ti senti offesa.
Ti senti come una farfalla
un giocattolo, una palla
da prendere.
Ma non è amore poco vale
sentirsi come il miele
da mangiare no.
Ma ti stai sbagliando sai
sono davvero un'altra cosa.
Essere una donna
non vuol dire riempire solo una minigonna
non vuol dire credere a chiunque se ti inganna,
Essere una donna è di più, di più, di più, di più,
Io non cerco un'avventura
ma il compagno che vorrei
che tra un bacio e una risata
mi farà dimenticare
i problemi intorno a me,
Essere una donna
è vuol dire provare dentro veri sentimenti
e frenare il pianto e il dolore che tu senti
essere di più, molto di più.


Non sono una ciliegia? Un giocattolo, una palla? Ma cosa sta dicendo?

Essere una donna non vuol dire riempire solo una minigonna? In confronto Jo Squillo e Sabrina Salerno erano delle poetesse sopraffine.

Non vuol dire credere a chiunque se ti inganna? Cosa mi comunica questo verso? Che le donne non sono proprio delle emerite stupide? BOH.

Quando finalmente elenca una sfilza di banalità su cosa NON vuol dire essere una donna, dice che essere una donna è "di più, di più, di piùùù". Ah beh.

Sono perplesso, sono fortemente perplesso, pensavo che si fosse toccato il fondo. Poi quest'anno addirittura viene consegnato il premio intitolato a lui, e di cui lui stesso e' responsabile, nientemeno che a Povia per la sua pessima canzone "Luca era gay".

Non so cosa pensare, forse l'avanzare dell'età ha fatto un brutto scherzo al nostro paroliere più noto, sta di fatto che Mogol non è più Mogol. Per me rimane un mistero, e ogni volta che ci penso rimango perplesso.

Altro che Gran Mogol, adesso come adesso preferirei nettamente un testo scritto da Qui Quo e Qua.

lunedì, maggio 11, 2009

Angeli

Gli angeli osano trasformare la cordialità in amore. Perché le loro ali sono all'esterno. E possono spiegare le ali al vento. E il vento capisce.

mercoledì, maggio 06, 2009

La saggezza del mare

Da qualunque porto si vedono sempre almeno due cose: un approdo, e il mare. E il mare è sogno di porti, è un grande saggio che contiene tutte le domande del mondo. Ma risposte, nessuna.
Le risposte non sono interessanti, perché male che vada sono esatte e, male che vada, sono sbagliate. Comunque muoiono quando muore la loro terrestre utilità, o inutilità. La natura incompiuta delle domande, invece, rimane come una saggezza sospesa.
E io questo lo so, perché vivo a Genova, e sono capace di guardare la gente che pesca. Che lancia le domande al mare.
E il mare tace.

L'avo scrittore

Il vecchio scrittore scese a fare testamento.
Si senti' male.
Ci lascio' le penne.

mercoledì, febbraio 25, 2009

Wireless Wedding Ring

The wireless wedding ring is a wife-I connection

Il Lanciatore di Cucchiai

Il Lanciatore di Cucchiai sbagliava spesso i suoi tiri, ma anche se era molto più simpatico di suo cugino in pochi lo consideravano.

venerdì, febbraio 13, 2009

Medaglie neozelandesi

Gli autoctoni neozelandesi alle scorse olimpiadi hanno fatto vincere alla propria nazione un argento e cinque bronzi. Ma ori?

Bevande pachidermiche

Le CocaCole piacciono al pachiderma. E le Fante?

Yogurt

Yogurt-Party all'ultimo piano, è in fermento l'attico.

venerdì, febbraio 06, 2009

Elementi

I nostri corpi sono sferzati dalla furia degli elementi. E le menti?

Umiltà

Per la loro figlia avevano grandi aspettative e la chiamarono Vittoria, per il loro figlio con maggiore umiltà scelsero di chiamarlo Pareggio.

giovedì, novembre 27, 2008

venerdì, novembre 21, 2008

L’Insegnamento di Sharazad

Il re Sharayar, nella cornice de "Le mille e una notte", prende l'abitudine di sposare ogni giorno una vergine, giacere con lei e ucciderla alle prime luci del mattino seguente. Lo fa con violenza, e rigorosa spietatezza. E' mosso da sentimenti di vendetta, in particolare verso il genere femminile.

Sharazad, figlia maggiore del disperato visir, va incontro al re serenamente. Non cerca di contrapporre violenza a questo re pieno di odio e vorace di vendetta, non si pone sul suo piano.

E' questa l'idea geniale: non vuole sconfiggerlo. Non le serve calpestare un odio, contrapponendo sdegno o ulteriore violenza. Piuttosto le serve abbracciare chi ne e' fonte, e sorprenderlo donandogli amore. Sharazad inizia a raccontare una fiaba. Che dura milleeuna notti e poi per sempre.

E' proprio da una donna della mitologia araba che arriva questo esempio... a un mondo forse troppo impegnato a pensare di avere ragione.

venerdì, ottobre 31, 2008

La paura viene dal basso

Quando si vuole agire sulla paura, non si parla ai cervelli, ma agli stomaci.
E oplà, a pochi giorni dalle elezioni in USA ecco un tipico colpo allo stomaco. Un colpo di fioretto. Si parla di un nuovo video di questo leader di al Qaeda, Abu Yahya, in cui chiede "all’onnipotente" che alle prossime elezioni americane il presidente uscente George W. Bush e il partito repubblicano "vengano umiliati". Quale e' la novita' insomma? Direi nessuna. Nessuna. Non è una notizia, o meglio è una non-notizia. Ma il meccanismo (neanche troppo) sottile è quello di far uscire la (non)-notizia in un momento strategico. Attenzione, Abu Yahya non dice che vorrebbe che vincesse Obama, altrimenti il messaggio sarebbe troppo chiaro. Pero' lo stomaco dell'americano riceve la stoccata, e inizia a fare degli accostamenti. ABU YAHYA = Al QUAEDA = CATTIVO. ABU YAHYA dice male di Bush e DEL SUO PARTITO. Quindi ABU YAHYA si augura che il partito di Bush perda, e quindi si augura che Obama vinca. Quindi AL QUAEDA (cattivo) sta con Obama. Obama cattivo, quasi quasi voto McCain. E dallo stomaco passa al cervello, ormai già confezionata.
Quindi, se davvero Abu Yahya si augurasse la vittoria di Obama, avrebbe fatto bene a stare zitto, perche' sapendo che Al Quaeda non nutre della simpatia di gran parte del popolo statunitense, l'influenza che può dare è al contrario.
Riassumendo, o Abu Yahya è un coglione oppure è stato strumentalizzato. E secondo me un coglione non è. Ammesso che esista veramente.

giovedì, settembre 25, 2008

lunedì, settembre 15, 2008

Burqa tattile

Non voglio parlare di burqa. Voglio solo prenderlo come esempio, per porre una domanda (le migliori, quelle che non hanno contenuta una risposta). Noto che dal punto di vista tattile la nostra società è molto pudica. Con il marito la moglie il compagno ci permettiamo di toccare molte zone del nostro corpo. Con gli amici ci si limita alle mani (per dare la mano o per dare un "cinque"), attimi di labbra per dare un doppio bacino sulla guance, e talvolta le spalle o la schiena (una pacca per complimentarsi, una spinta per scherzare). Con i bambini o i familiari, o con gli amici piu' vicini, talvolta si osa una carezza sulla testa. Con gli estranei talvolta qualche stretta di mano (ma e' gia' un segnale di apertura), spesso ci si limita a scontrarsi per errore sull'autobus quando e' affollato. E cosi' non sappiamo quasi nulla di tattile di persone che magari diciamo di conoscere benissimo. E' come se fossimo avvolti da burqa tattili, che svestiamo solo nell'intimita' e poi indossiamo ogni volta che usciamo di casa. E' cosi' diverso, questo, dai "burqa visivi" che talvolta tanto ci spaventano? O forse la nostra e' una societa' visivamente abbastanza liberale ma tattilmente molto trattenuta?

giovedì, agosto 28, 2008

Alberi

Ho scritto una piccola poesia, e per gioco l'ho anche inserita in un concorso di poesie d'amore :-).
Ebbene sì, si può anche votarla con un voto da 1 a 5 e eventualmente commentarla, chiunque può farlo andando su http://www.yamamay-poesiedamore.it/web/pagine/poesia.asp?ID=6&set= e dopo avere fatto una registrazione indolore (solo email e nick). Ecco la poesia, che non sapevo se chiamare Terra di Emozione oppure Alberi. Alla fine ho preferito Alberi.

Alberi

Protendo le mie dita silenziose
a respirare in questa terra (di emozione?).
Sono un albero,
cieco,
ma sento vicina la tua acqua.
La mia voce non sa gridare ti amo,
e i miei gesti non suscitano compassione.
La mia voce e i miei gesti
sono quelli della foresta,
e il mio fertile pianto
domani sembrerà rugiada.

martedì, luglio 29, 2008

martedì, luglio 08, 2008

Serafina

Quella ragazzina
Che dell'amore tace e sogna
(imbarazzo d'amplessi, campane nel cuore)
E' mia nonna.
E' mia nonna?
E' un affresco lontano
Raccontato
Decorato
In ricordi che, da lei toccati, diventano miti.

Quella donna
Che l'amore tramanda e gioca
(geniali pasticci, romantica allegria)
E' mia nonna.
E' mia nonna?
E' un punto all’orizzonte
Visibile
Intenso
In gesti che, da lei percorsi, diventano riti.

Quella vecchia
Che dell'amore sogna e tace
(scrigno di parole, implosione di senso)
E' mia nonna.
E' mia nonna?
E' una distorsione prospettica
Soffocante
Emozionante
In una morte che, alzando lo sguardo, richiama la vita.

venerdì, giugno 06, 2008

Descrizioni, non volute

L'aquila descriveva delle volute nel cielo.
Nessuno ascoltava le sue descrizioni.
Del resto nessuno le aveva volute.
E a dirla tutta non e' che lei fosse un'aquila.

giovedì, maggio 29, 2008

Descrizione in due caratteri

Gli chiesero di descrivere se stesso in due caratteri.
Inizialmente pensò: IO.
Poi ripensò: SCHIZOFRENICO.

mercoledì, aprile 09, 2008

The Perfect Day



Il 26 Aprile 2008 alla Scuola Holden di Torino ci saranno otto noti scrittori con cui condividere la giornata. Per poter partecipare a queste brevi lezioni degli otto scrittori (Niccolò Ammaniti, Alessandro Baricco, Gianrico Carofiglio, Carlo Lucarelli, Melania Mazzucco, Antonio Scurati, Domenico Starnone, Sandro Veronesi) bisogna però essere selezionati. Come? Mandando un brano di 900 battute descrivendo il proprio "giorno perfetto" e un breve curriculum e sperando di essere scelti.
http://www.scuolaholden.it/sholden/corsi_link.aspx?ID=784
Ecco il testo che ho scritto.

IL GIORNO PERFETTO

Un prato visto da lontano può apparire perfetto. Mai avrei potuto pensare a un declivio così adatto per rotolarsi nella natura, a tuffarsi nel verde e impregnarsi di sole. Certo, da lontano non posso osservare l’ortica che sogghigna in agguato né le palline di cacca lievemente puzzolenti delle bianchissime pecore.
Il giorno perfetto è un giorno lontano... Glorificato sull’altare dei ricordi e depurato per risonanza delle emozioni latenti, o invece immaginato in un possibile futuro, idealizzato per estensione di una costola di pura bellezza.
Ma è la bellezza che voglio guardare nel mio giorno da vivere; senza valutarla attraverso l’unità di misura della perfezione, che innegabilmente non mi parla di quello che c’è, ma di quello che manca.
Voglio rotolare nel verde ed impregnarmi di sole, e scontrare una cacca di pecora che mi ricordi che il prato, e il giorno, non è forse perfetto, ma bellissimo.

venerdì, marzo 14, 2008

Primavera viscerale

La primavera e' una stagione. Meteorologica. Ma e' anche uno status del cuore, o piu' genericamente delle viscere, le cui singole cellule vengono come smosse, elettrizzate, riempite di luce. Forse e' piu' giusto dire che la primavera sorge dalla pancia. Spinge, in maniera aspra e dinamica. Oggi a Genova c'era il sole. Oggi la primavera ha fatto un sismico capolino a partire dall'ombelico.

venerdì, febbraio 08, 2008

Liste e statistiche

Fin da piccolo mi affascina l'idea di mantenere traccia delle cose che faccio. Ricordi come segnalibri vivi, e perche' no, possibilmente condivisi. D'altra parte questa e' una delle cose che mi spinge a scrivere (seppur di rado) sul blog. Ma in particolare vorrei segnalare due siti, riguardanti rispettivamente film e libri, che aiutano in questa opera di "coltivazione della scia".

Per quanto riguarda i film, il sito e' http://www.imdb.com . Permette di curiosare su praticamente ogni film esistente, e naturalmente permette anche di interagire attraverso la condivisione di commenti e giudizi personali. Ogni film puo' essere aggiunto alla propria "lista personale".

La mia lista personale si trova al link:
http://www.imdb.com/mymovies/list?l=32269604

Per quanto riguarda i libri, si puo' fare una cosa del tutto analoga, e sul sito http://www.anobii.com/ si possono cercare libri, contribuire alla descrizione di titoli meno noti, e naturalmente creare una propria "Libreria personale" da confrontare poi con quella di amici o sconosciuti (si possono trovare persone con gusti simili ai propri) per cercare spunti per il prossimo libro da leggere o magari per condividere riflessioni sull'ultimo libro letto.

La mia libreria personale si trova al link:
http://www.anobii.com/people/frobbiano/

sabato, novembre 17, 2007

Racconti SMS/13 - Ritratto

Faccia. Mi volto, e vado a capo. Occhi, posso chiuderli. Li apro sulle mani, tengo i sensi. Li perdo, spero di sognarli. Muoio, e forse non lo so. Mi specchio.

lunedì, novembre 12, 2007

Corpus Sanum in Mente Sana?

Cosa fa pensare che la mente "risieda" dentro al corpo? Il fatto che sia impalpabile e rifiutiamo categoricamente di vedere la nostra mente, o le nostre emozioni, sconfinare al di fuori dai ferrei confini delineati dai nostri tratti somatici? Non potrebbe essere che siamo qualcosa di più grande, con insospettabili intersezioni con chi ci circonda e comunemente è visto come "altro da sé"? E addirittura un corpo sano non potrebbe "risiedere" in una particolare zona mentale-emotiva "sana"? Chissà.

Briciole di Pollicino

Quando si va in giro, può essere interessante lasciare tracce di sé. Viceversa, è anche bello conservare le tracce che le cose lasciano su di noi. Anche le più "fredde e catalogabili" hanno merito di essere ascritte a segnalibri. E' di semplci cose, spesso di azioni, talvolta di emozioni, che si compone la vita. Provo a fare un proposito: cerchero' ogni tanto di lasciare una briciola di Pollicino. Anche fredda e sintetica, magari solo un link o il nome di un posto dove sono stato. Ma attraverso quelle briciole forse si può seguirmi. O magari evitarmi ;-)

Bricola di Pollicino. Ristorante Persiano.
Vicino a casa mia c'è un ristorante persiano. Ottima cucina, atmosfera accogliente. Lo consiglio. "Ristorante Soraya, Via Oberdan 22-24r, Tel: 010321525 - 3404210890, Genova-Nervi".

Briciola di Pollicino. Kebabberia Shahrazad.
La mia amica Stefania Ciancio ha aperto una Kebabberia in via Casaregis, zona Foce, che si chiama Shahrazad. Nome bellissimo, cibo buonissimo! Ecco un articolo di mentelocale.it sulla Kebabberia Shahrazad.

Briciola di Pollicino. Un tuffo nel Chianti.
Lo scorso 2-3 Novembre siamo stati due giorni nel Chianti. Nel senso di zona, non nel senso di vino. Anche se ne abbiamo bevuto un'ottima bottiglia presso l'Agriturismo dove alloggiavamo, ovvero il Borgo Case al Vento. Atmosfera poetica e intima, buona cena! Al mattino, dopo avere visto le capre Cachemere e altri animalini, visita del Castello di Meleto, del Borgo di Ama, per poi arrivare, sempre percorrendo vie sinuose e dolci, a Siena. In serata visita all'ottimo outlet della Cuoieria Fiorentina.

lunedì, settembre 24, 2007

Racconti SMS/12 - Zanzara Vegetariana

La zanzara vegetariana svolazza tra le orecchie inesistenti del pomodoro, e nutrendosi tranquilla guarda con invidia le amiche frustate dalla coda del bue.

mercoledì, settembre 19, 2007

Racconti SMS/11 - In transito

Treno in transito, vorresti guardare indietro, per chiedere scusa ai piedi per terra, alle orecchie illuse e stordite. Ma non è tempo di fermarsi. Lo farai mai?

venerdì, settembre 14, 2007

Racconti SMS/10 - Farfalla

Farfalla, vola il pensiero alle spoglie del bruco che fosti? E' questa l'anima o ne racchiudi, impalpabile matrioska, una piu' leggera? Non dire nulla, ma riposa.

giovedì, settembre 06, 2007

Racconti SMS/9 - Cappuccetto Rosso (Abstract)

Uccise il lupo, gravido di inganni e di una stirpe, senza trapassare il vecchio cappuccio protettore e ridando al rosso l'imbarazzo di un divieto inascoltato.

mercoledì, settembre 05, 2007

Racconti SMS/8 - Felici e Contenti

Vissero felici e contenti! Immortali? Storia reticente? O semplicemente incompiuti? Ahimè, sono spiacente di informarvi che Biancaneve è morta di vecchiaia.

venerdì, agosto 31, 2007

Totti in nazionale?

Qualcuno polemizza sul fatto che Totti abbia deciso di non giocare più in nazionale. A parte che anche Maldini e Nesta hanno preso la stessa decisione, ma di Totti bisogna sempre parlare di piu', e vabbe'.
Il punto è che in pochi si sono accorti che Totti GIOCA in nazionale. Lui si sente cittadino dell'Impero Romano, il quale include l'Italia. Non e' quindi il caso di una realtà che esclude l'altra, Totti si sente italiano al 100 percento. Ma di un'italia che fa parte di un impero ben più ampio e importante. Ben venga la Champions League, dove potra' sperare di regolare qualche Unno o, in generale, qualche barbaro di paesi lontani. Perche' devi giocare per la tua nazione quando puoi direttamente giocare per il tuo Impero?

sabato, agosto 11, 2007

Racconti SMS/7 - Luna

Luna, equilibrista indecisa, non cadrai (schiantandole) sulle tue emozioni, non fuggirai (surgelandole in ricordi) nella libera lucidità celeste. Tu, satellite.

mercoledì, luglio 25, 2007

Racconti SMS/6 - Matrimonio

Un fiocco di neve, meraviglia! Una lenta nevicata, immensa. Un fiocco di neve, a casa.

giovedì, luglio 19, 2007

Racconti SMS/5 - Qua!

Dove sei? Chiese il contadino. Qua! Rispose il papero, come sempre. Sai... sai parlare! Dove hai imparato? Silenzio imbarazzante. Poi uno sparo.

martedì, luglio 10, 2007

Racconti SMS/4 - Assenza

Eterno Amore, mi giuri e mi chiedi. Ti guardo ma è solo la mia mancanza che ti posso dare. Tangibile assenza. Non è Amore ma è eterna, ed è per te, abbine cura.

lunedì, luglio 09, 2007

Racconti SMS/3 - Nel Mezzo

La storia è conchiusa tra profumo di creta e profumo di morte. In mezzo l'Amore. Percepire, costruire e metabolizzare. E vomitare, distruggere e anestetizzare?

venerdì, luglio 06, 2007

Racconti SMS/2 - Tre Fratelli

Il primo fratello nacque povero e morì ricco. Il secondo nacque ricco e morì povero. Il terzo nacque e morì, pensando che ricchezza e povertà sono cose da vivi.

giovedì, luglio 05, 2007

Racconti SMS/1 - La Sigaretta

Aspiro l'interno dell'uomo e lo vedo contrarsi in una smorfia d'aria depressa. Scorgendolo emettere fumo crepito, piena del mio svuotarmi, e piano mi spengo.

mercoledì, luglio 04, 2007

Racconti SMS - Prologo

Non starò a disquisire sul valore della brevitas. Mi piace però l'idea di andare vicino "all'essenza" sottraendo parole. Cesare e il suo "Veni, vidi, vici", gli Haiku giapponesi, le Tragedie in Due Battute di Achille Campanile, le poesie di Ungaretti o i racconti di Monterroso e di Borges hanno un fascino legato anche, o soprattutto, alla loro compattezza. E più una cosa è piccola più è facile da abbracciare, da ricordare, da portare in tasca. Non so se si può considerare la brevitas di Cesare come antesignana del moderno copywriting, però in una società in cui i canoni di espressione e di comunicazione tendono a condividere obiettivi e stimoli ho ritenuto interessante cimentarmi in produzioni "artistiche" brevi. Estremamente brevi, tanto da poter rientrare in quello che può considerarsi l'unità atomica di comunicazione, cioè il singolo sms (160 caratteri). Altro vincolo è che questi scritti, pur nella loro brevità, riescano a raccontare, o almeno implicitamente a contenere, una storia. E questo li distingue dagli aforismi, che non necessariamente raccontano una storia. Senza voler trovare un nome strano li chiamo quindi "Racconti SMS". Molti dei prossimi post saranno dei Racconti SMS. Alcuni mi piacciono di più, altri di meno, alcuni sono più "storie", altri un po' di meno. Sarebbero interessanti e benvenuti i commenti di chi avrà voglia di leggerli, e ancora più interessanti sarebbero nuovi contributi dello stesso genere.

Il primo non è mio (e non rientra neanche nei vincoli dei 160 caratteri...). E' una filastrocca che qualche volta mi raccontava mia nonna (in parte la ricordo a memoria, ringrazio Enzo Bartolini per le integrazioni).
Mi piace come in poche parole si racconti una storia, dall'inizio alla fine, incorniciata in un'intera giornata, dall'inizio alla fine.

La Pigrizia andò al mercato ed un cavolo comprò, mezzogiorno era suonato quando a casa ritornò. Mise l'acqua, accese il fuoco, si sedette, riposò. Ed intanto, a poco a poco, anche il sole tramontò. Così, persa ormai la lena, sola al buio ella restò ed a letto senza cena la meschina se ne andò.


(immagine di Carla Francesca Castagno, trovata su http://www.illustratori.it/Staging/Members/ccastagno/Delivery/Art04/Public/Art )

mercoledì, maggio 02, 2007

Anita Garibaldi

Quando Giuseppe Garibaldi vide Anita se ne innamorò subito. Accingendosi ad approcciarla e confidando nelle sue qualità di conquistatore di cuori oltre che di libertà, esclamò con una punta di arroganza:
"Sara' una passeggiata!".

mercoledì, aprile 11, 2007

L'unità di misura del mancante

Forse è vero che il bello tende al perfetto, ma guardando la bellezza nelle cose si valuta quello che c'è, mentre guardando la perfezione si valuta quello che manca.
Prendiamo pertanto la perfezione come modello, e mai come unità di misura. A meno di non voler parlare del Nulla.

Evoluzione

Do La Fa Sol7 ... Re.
L'evoluzione dà un senso al tempo, ma percettivamente è costosa.

lunedì, febbraio 26, 2007

In barba a lui

Il barbiere sdraiato, in un impulso autodistruttivo, decide di radersi al suolo.

mercoledì, gennaio 10, 2007

Augusto Monterroso

C'e' chi non conosce Augusto Monterroso. C'e' chi lo conosce solo per il fatto che ha scritto, almento cosi' risulta, il racconto più corto che ci sia. Il racconto si intitola "Il Dinosauro" ed è questo:
Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí.

In italiano:
Quando si svegliò, il dinosauro stava ancora lì.

Non è però l'unico dei suoi geniali racconti, e a proposito di mitopoiesi ne riporto un altro, non altrettanto breve ma veramente bello, che si intitola La Oveja Negra (La Pecora Nera).
En un lejano país existió hace muchos años una oveja negra
Fue fusilada
Un siglo después, el rebaño arrepentido le levantó una estatua ecuestre que quedó muy bien en el parque.
Así, en lo sucesivo, cada vez que aparecían ovejas negras eran rápidamente pasadas por las armas para que las futuras generaciones de ovejas comunes y corrientes pudieran ejercitarse también en la escultura.

In italiano:

In un lontano paese visse molti anni fa una Pecora nera.
Fu fucilata.
Un secolo dopo, il gregge pentito le innalzò una statua equestre che stava molto bene nel parco.
Così, in seguito, ogni volta che apparivano pecore nere, esse venivano rapidamente passate alle armi, perché le future generazioni di pecore comuni potessero esercitarsi anche nella scultura.

mercoledì, dicembre 13, 2006

Mitopoiesi fast-food

"Mitopoiesi" è una parola che mi è sempre piaciuta. Sostanzialmente perché ha un bellissimo suono. Vuole dire "creazione di miti come attitudine propria dello spirito umano" (Garzanti online).
Vuoi farti ascoltare? Vuoi diventare famoso, almeno per un po'? Bene, vai al TG2 e prova a darti fuoco (http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/cronaca/dramma-tg2/dramma-tg2/dramma-tg2.html ), oppure vai ad una trasmissione di Maria De Filippi e inizia a urlare come un tacchino. C'e' anche chi entra in metropolitana a Milano e inizia un numero di lap-dance (http://www.corriere.it/Primo_Piano/
Cronache/2006/12_Dicembre/02/santucci.shtml ), o chi inizia a gridare sui muri immagini e frasi evocative.
Ma nel caso del graffitista Jean-Michel Basquiat il motore della mitopoiesi era un impulso creativo (si dira' piu' tardi artistico, e nella creazione del mito contribuì senz'altro la morte in giovane età e la vita dissoluta) e nel caso della lap-dancer era un'idea casuale, o per meglio dire astutamente studiata; in nessuno dei due casi si può percepire coercizione nei confronti del fruitore. Nel caso dell'uomo che prova a darsi fuoco, invece, c'e' violenza. La percepite la violenza? Sta prendendo in ostaggio se stesso, e chiede un riscatto, chiede di essere ascoltato. Questo inevitabilmente si incastra con il consumismo informativo della nostra società, che si dimentica di condannare un simile gesto ma è bramosa di ascoltare un messaggio così drammaticamente e teatralmente gridato ai media. Ma di chi e' la responsabilità (come spesso ricordo, mi piacciono più le domande che le risposte)? Dell'uomo che minaccia di darsi fuoco o della società che gli dà ascolto solo sotto ricatto? Di Pannella che fa lo sciopero della fame o di un panorama politico che si attiva solo se messo alle strette? Dei conducenti degli autobus "abbonati" allo sciopero del venerdi' o delle controparti che senza certe prese di posizione non sanno dialogare? Non vedete in tutto questo i meccanismi del ricatto, del rapimento e del riscatto, della violenza? Da parte mia se sento qualcuno gridare mi giro, sì, ma dall'altra parte, dalla parte di chi mi parla con pacatezza e, se possibile, con gentilezza.

Trattini di anticonformismo

"Conformismo" è una di quelle parole che nel linguaggio corrente diventa quasi parolaccia. Tutti sono pronti a scagionarsi dall'"onta" del conformismo perché si dicono caratterizzati da qualcosa che li distingue "dalla massa". Anzi, con un bagliore negli occhi molte persone saranno pronte a definirsi "anticonformiste". Forse perche' fa figo, ispira libertà e ricorda, in forma implicita, l'ovvietà che tutti gli individui sono diversi tra di loro (e ricordandolo in forma implicita, l'ovvietà si stempera).
Ma nella parola anticonformismo dove sta il trattino? A cosa si applica l'"anti" e a cosa l'"ismo"? Se si tratta di anti-conformismo è un discorso, se si tratta di anticonform-ismo è un altro. Mi spiego peggio: parliamo di un atteggiamento che contrasta il conformismo oppure di un atteggiamento che esalta i comportamenti contrari ai costumi correnti? Da vocabolario sembra che il significato "in italiano" sia proprio il secondo: "atteggiamento di rifiuto delle idee e delle consuetudini correnti" (da Garzanti online). Ma allora la situazione si fa, se possibile, ancora più complessa: secondo me andare contro le consuetudini correnti è una forma di conformismo essa stessa: ribaltare i costumi non è forse una maniera di seguirli? Il negativo di una fotografia non esprime forse, seppur in maniera contraria, l'immagine stessa della fotografia stampata? Io mi considero anti-conformista (con i trattino dopo l'"anti"), ma questa parola nel vocabolario italiano non esiste.

giovedì, ottobre 26, 2006

mercoledì, ottobre 11, 2006

Un tuffo nel passato

Ieri ho fatto un tuffo nel passato.
Oggi sono tutto sporco di verdura.

mercoledì, maggio 31, 2006

Top Some

Finalmente qualche facezia! Top 5, Top 10 ... è un peccato trovare un numero preciso oltre il quale c'è il niente ... allora butto lì qualche top. Niente idiosincrasie verso le banalità: è una cosa banale ma io, tiè, la faccio lo stesso.

(unica clausola: non valgono opere dello stesso autore, altrimenti ci sarebbe il rischio di battere troppo su uno o pochi autori)
Le liste non sono ordinate, ma per così dire, a muzzo.
Sicuramente domani riguarderò il post e vedrò che manca proprio il mio preferito di qualcosa! Beh in tal caso aggiornerò la lista...
Naturalmente sarebbe simpatico ricevere come risposta a questo post i vostri "top some" di queste categorie o, perché no, di altre categorie.

FILM
City of Angels
Nuovo Cinema Paradiso
Il favoloso mondo di Amelie
La doppia vita di Veronica

LIBRI - NARRATIVA
Oceano Mare (Alessandro Baricco)
Finzioni (Jorge Luis Borges)
Racconti del Terrore (Edgar Allan Poe)
L'Artista (Gabriele Romagnoli)
Ti Prendo e Ti Porto Via (Niccolò Ammaniti)
La Giocatrice di Go (Shan Sa)
Le città invisibili (Italo Calvino)
Il Piccolo Principe (Antoine de Saint-Exupery)

CANTANTI/GRUPPI MUSICALI
Tiromancino
Prodigy
Roxette
Depeche Mode
Chemical Brothers
SASH!
Roberto Vecchioni
Lene Marlin
Cranberries
Max Gazzé

martedì, maggio 23, 2006

Caterina

Caterina è mia amica. Da piccoli giocavamo insieme. I segreti prima o poi vengono fuori, e dopo circa 20 anni posso confessare che avevamo una società segreta (di bambini, quindi serissima) chiamata BeChiaFruCa. Benedetto e Chiara sono rispettivamente il fratello di Caterina e mia sorella. "Be", "Chia" e "Ca" sono loro tre, io sono "Fru" perché con "Fra" veniva "Bechiafraca" che suonava male. Felice di avere concesso alla causa una mia A. La parola d'ordine era segretissima. Spero che nessuno degli altri membri me ne voglia, ma oggi la svelo: la parola d'ordine era PESCELESSO. Caterina qualche settimana fa ha avuto un incidente in Sudan e ora è in coma irreversibile. Avevo incontrato Caterina l'anno scorso, dopo parecchio tempo, e l'ho vista straordinariamente serena e contenta di ciò che faceva (con le sue competenze di avvocato collaborava con Emergency). Pensando alla sua situazione, stabile e vegetativa, viene talvolta da chiedersi se è stato meglio così oppure se fosse morta. Io non lo so e penso che non è dato a nessuno di saperlo, del resto anche nei casi più estremi la vita non ammette paragoni tra due situazioni di cui una è e una no. So soltanto una cosa: io penso molto a lei, e per me non è come se fosse morta. Ognuno ha un modo proprio di scambiarsi energia, la parola più comune è "pregare". Ebbene io prego con lei (non solo PER lei, perche' percepisco uno scambio) e sento qualcosa che viene da lei, anche se non mi può parlare, anche se non mi può guardare, anche se non mi può fare un cenno di assenso. Ma è viva.

Ci sentiamo tutti un po' vittime

Parto ancora da capisaldi della società. La pubblicità, il capitalismo ... in una parola sola: la mancanza. Tutto intorno a noi ci porta a guardare quello che manca. Ci manca una casa più bella, qualche capello in più, dei bambini che sembrano angioletti, i denti più bianchi. Del resto i modelli che ci vengono serviti sui piatti televisivi e della carta stampata sono i cosiddetti VIP, ovvero coloro che hanno qualche cosa più di noi, sia essa la visibilità, la ricchezza o gli scandali. Sono il prototipo di chi riempe qualcosa che manca: beni di lusso, amori impossibili e spesso impalpabili, qualche taglia di seno. La cultura del mancante ci permea tutti, anche chi vuole chiamarsene fuori è comunque troppo intriso. E allora anche nei comportamenti, nel guardare la nostra vita e le nostre relazioni sociali tendiamo a guardare sempre più spesso ciò che manca. E allora ci sembra di essere in continuo credito con il mondo esterno, con gli altri, con la vita, che talvolta riteniamo avara semplicemente perché guardiamo ciò che non ci dà. E così la prima reazione, una reazione istintiva e quasi automatica, è quella di sentirci vittime, semplicemente perché percepiamo la mancanza direttamente sulla nostra pelle. Ma vedremmo tutto in una luce diversa se solo ci ricordassimo di distogliere lo sguardo dall'infinito nonessere che ci circonda (e talvolta ci stritola) e guardare ciò che, semplicemente, è.

mercoledì, maggio 03, 2006

Il valore ASSOLUTO delle cose

Tutto è relativo. Anzi, no. Senza infilarmi in complesse considerazioni socio-culturali, provo a buttare lì i due capisaldi della nostra società: il denaro e la comunicazione. Entrambi non hanno un valore proprio: il denaro per avere valore deve essere scambiato, la comunicazione deve coinvolgere almeno due persone, e se consideriamo la predominanza della comunicazione di massa spesso le persone coinvolte sono molte di più. Inoltre dipendono da un contesto e in qualche modo sono misurabili. Il denaro, addirittura, si candida esso stesso come misuratore misurato: vorrebbe essere il metro per misurare il valore delle cose. La comunicazione si può vagliare secondo la sua chiarezza, la sua verità, il suo contenuto informativo. Ma più un criterio di misurabilità è oggettivo, più diventa preponderante. E quindi anche nel caso della comunicazione, per la quale i parametri sopra indicati sono importanti ma tutto sommato soggettivi, un parametro oggettivo acquista subito la risonanza massima. E quindi quante sono le persone a ricevere una comunicazione diventa più importante ad esempio della veridicità del messaggio comunicato. Se abbiamo detto che denaro e comunicazione la fanno da padroni, guadagnano un'immeritata posizione di rilievo due sistemi in cui lo scopo primario è quello di massimizzare i parametri di misurazione oggettiva: mi vengono in mente il capitalismo e l'auditel (o qualsiasi misura quantitativa dell'audience). Del resto sono immerse in società dominate dal concetto di democrazia, dove l'importante, per sua intrinseca definizione, è il quanto più che il come. Ma questo è solo un'altro spunto di discussione. Quello che mi preme dire è che, nonostante il predominio di concetti intrinsecamente relativi e la moda del misurabile, ci sono delle categorie non intaccate dalla relativita', e ogni tanto è buona cosa ricordarlo. Le emozioni, le necessità, i ricordi, i sogni. Sono cose che riempono la vita di tutti i nostri giorni, non ho cercato esempi strani. Un'emozione vive di una vita tutta sua, e grazie a Dio non la puoi misurare, non la puoi confrontare. Al di là del carino significato vezzeggiativo che si dà a questa frase, ha poco senso chiedere "Quanto bene mi vuoi?", piuttosto sarebbe più appropriato "Come mi vuoi bene?". Così le necessità. Non dimentichiamoci che le nostre necessità sono semplici, sono poche, bere, dormire, magari un tetto e del cibo. Con questo non consiglio di fare gli eremiti: se una pubblicità di un profumo mi invoglia a comprarlo non c'è nulla di male, solo sarebbe opportuno ricordarmi che non è una necessità. Avere una macchina figa non è una necessità, e se ci trovo una riga sopra è poco importante. Niente ma e niente se: è poco importante. Sarebbe bello che ce ne ricordassimo sempre. E' bello condividere la società con le altre persone, e magari può piacere anche uniformarsi a certe mode, ma non dimentichiamo di essere consapevoli che certe cose non si possono misurare. Non ricordiamocelo soltanto quando siamo malati (allora improvvisamente ci ricordiamo che l'importante è la salute) o quando siamo di fronte a fatti molto gravi che fanno impallidire le nostre misurabili magagne. Certe cose hanno un valore assoluto. Viviamole come un piccolo tesoro. Saremmo più soddisfatti in una società che per funzionare deve fare leva proprio sulla nostra insoddisfazione. Relativa.

venerdì, aprile 07, 2006

La giustizia non è un fatto emotivo

A un crimine corrisponde una pena. Più o meno, quasi sempre, talvolta con (non volute) eccezioni. Ma lo schema è questo. Molte volte ci sfugge il senso di questa pena. La giustizia non è un fatto emotivo. Non è una "forma legalizzata di vendetta", quindi è inutile cercare nella pena una sorta di "risarcimento", ad esempio, per la famiglia della vittima di un crimine efferato. Non si tratta di un linciaggio con pietre di gomma. Non ha senso averne sete. E' uno strumento sociale. Per quanto riguarda il fatto emotivo, questo rimane circoscritto nelle nostre coscienze, e io consiglio sempre il perdono, poi ognuno fa come vuole.

mercoledì, aprile 05, 2006

Ricordi?

Le emozioni sono sacre, e i ricordi sono altari alle emozioni. Quando si ha l'occasione di condividerli, e' come pregare insieme.