martedì, marzo 10, 2026

Veronica e gli occhi di mare

C’era una volta una città. La città di Veronica.
Era sempre stata una città? Forse.
Forse prima era una ragazza.
Ma una cosa è certa: aveva gli occhi di mare.
Proprio in riva al mare ha inizio la nostra storia. Ci immergiamo nella storia come lo faremmo nell’acqua. Silenziosi, emozionati.
Guardiamo il nostro riflesso, e vediamo l’immagine di un ragazzo che si lascia ipnotizzare dal confine dove il mare gioca a nascondino con la terra. Accanto a lui, accanto a noi, nessuno.
Sentiamo il rumore delle onde che cullano indecise i nostri sogni. Lo fanno da sempre.
È qui che, qualche giorno o qualche secolo prima, abbiamo conosciuto una ragazza bellissima. Ce ne siamo innamorati all’istante.
Si avvicinava, si ritirava. Non aveva spigoli né, apparentemente, confini. Disegnava l’aria intorno a sé con dita affusolate, e faceva gesti piccoli, come poesie leggere. I capelli fluttuavano, grazie a una lieve brezza, e sembravano trascolorare nel buio della sera.
La sua voce era una filigrana appena sopra il silenzio. Non ne ricordiamo il suono con precisione, solo la sensazione di una delicatezza fragile e vicina.
E i suoi occhi ci confondevano. Si confondevano con il mare. Con gli occhi di mare ci guardava. Ci inondava.
“Non ci conosciamo ancora. Però saremo sempre in grado di riconoscerci” — le abbiamo detto quella sera, e ripetiamo la stessa frase tutte le sere che torniamo qui. Ostinati e audaci, come le onde.
Ne siamo rimasti incantati, e torniamo davanti al mare a sperare di incontrarla ancora.
Incantati come un disco, che ripete incessante le stesse note, o incantati come una formula magica, che ci seduce attraverso un sortilegio?
“Entrambe le cose. Forse”
Non è la nostra voce. Chi ha risposto ai nostri pensieri, come se potesse leggerli in silenzio?
Alziamo lo sguardo e vediamo una donna misteriosa, con un pesante cappuccio grigio che ne oscura parzialmente il volto. Riusciamo a distinguere una bocca piccola con denti bianchissimi — sembrano stelle — e capelli neri come la notte.
Dopo una lunga pausa stiamo per prendere parola, ma è ancora lei a rompere il silenzio.
“Vi siete persi in mare? Sono la guardiana del faro” — ci chiede la donna.
Alziamo gli occhi verso il faro, situato su una roccia poco lontana. Non immaginavamo che fosse abitato.
“Persi? No, innamorati. In realtà, nel mare vorremmo ritrovarci. Vorremmo trovare una ragazza che ha gli occhi di mare”
La donna resta in silenzio. Poi si siede in riva al mare, come a volerne scrutare i segreti. Con un cenno eloquente, ci invita a fare lo stesso. Non possiamo che assecondarla, e aspettiamo che sia ancora lei a parlare.
“Non vi serve un faro per tornare, ma una bussola per ripartire” — ci dice la donna, corredando le sue parole con un gesto del braccio vagamente teatrale, come a voler spargere l’orizzonte nel cielo.
“Io… Sono una maga, sapete? Sono la Maga Magary!”
“E sai esaudire i desideri?” — le chiediamo pieni di speranza.
“Forse, ma non è certo. Sono la maga dei desideri sospesi.”
“Sospesi come dei discorsi, che vogliamo continuare, o come dei ponti, che possiamo attraversare?”
“Entrambe le cose. Forse” — torna a dire la Maga.
“Perché ci vuoi aiutare, Maga Magary?”
“La guardiana del faro deve aiutare chi si perde nel mare. Ma forse… anche chi si perde negli occhi, se sono occhi di mare” — sembra accennare un sorriso — “e dopo così tanti giorni che tornate sulla mia spiaggia vi siete meritati un po’ di magia. Ma… siete sicuri che cercate una ragazza? Fatemi leggere il cuore.” Tu-tum. Tu-tum.
La Maga ci appoggia la mano sul cuore e poi avvicina l’orecchio, come farebbe con una conchiglia. Annuisce ma non commenta. Ci consegna con una certa solennità un oggetto che, all’apparenza, è una comune bussola.
“Questa è una bussola magica” — la Maga corregge la nostra prima impressione — “Nei vostri desideri, piccoli o grandi, vi indicherà la via. Fate attenzione a non perdere la direzione, e state in guardia: qualcosa potrebbe offuscarvi i ricordi. Alla fine troverete chi state cercando. Forse.”
Vorremmo ancora chiederle molte cose, ma la Maga Magary compie un gesto definitivo che assomiglia a un addio. Quando alziamo lo sguardo, semplicemente, non c’è più.
Non perdiamo tempo. La bussola indica il mare, e capiamo che proprio lì inizierà il nostro viaggio.
Esprimiamo il nostro desiderio grande. La bussola, come se fosse attivata da quel pensiero, ci sfugge di mano e inizia a ingrandirsi, fino ad assumere le dimensioni di una barchetta. La spingiamo in mare, ci accomodiamo al suo interno, e iniziamo a utilizzare l’ago della bussola ora come timone, ora come remo. Abbiamo una direzione da seguire e la spinta per avanzare.
Il viaggio è lungo, o così ci appare, ma abbiamo da subito l’impressione che il mare sia complice. Quando c’è burrasca ci rannicchiamo all’interno della bussola, chiudendo sopra di noi la copertura in vetro per trovare riparo. Ma anche in quelle condizioni, trasportati dal vento, abbiamo la sensazione di avanzare verso la nostra meta.
Dopo giorni, o forse dopo secoli, il mare ci depone su una spiaggia. Siamo intorpiditi, forse stavamo dormendo, ma veniamo svegliati da un dolore al petto e dalla gentilezza del paesaggio.
L’ago della bussola, appoggiato contro la nostra pelle, genera un dolore sufficiente per riportarci alla realtà.
La bussola torna grande come un oggetto tascabile qualunque, pronta a indicarci la via. Respiriamo e iniziamo a guardarci intorno.
Siamo in una città silenziosa e bellissima. Inebriati dalla sua meraviglia. Vacilliamo, quasi che una piccola scossa avesse incrinato per un attimo il nostro equilibrio.
Alcune luci accese di una casetta in riva al mare ci fanno capire che il luogo non è disabitato. In lontananza vediamo qualcosa che si muove, ma non sembrano esseri umani. Forse sono scimmie, dall’andatura goffa e, all’apparenza, spensierata.
È in questo luogo che ritroveremo il nostro amore sospeso?
La bussola sembra indicare una duna di sabbia. Avvicinandoci, notiamo che dietro di essa cresce un piccolo bosco di tamerici.
Passiamo la mano tra i rami sottili di una delle piante, mentre il vento le flette verso il mare. Ci fermiamo un momento e siamo pervasi da un moto di dolcezza, come se la nostra mano, guidata dal vento, accarezzasse dei capelli.
Ma non è il momento delle fantasie, dobbiamo riprendere la ricerca.
Sulla nostra strada ci imbattiamo in una scimmia, che si avvicina con curiosità. Guarda verso di noi. Ha l’aria di voler chiedere qualcosa, poi ci tocca furtivamente sul braccio e si allontana rinfrancata. Sembra di essere in uno di quei giochi da bambini in cui, con un colpetto, ci si passa un testimone invisibile. Rimaniamo come ipnotizzati, e ci riprendiamo pochi secondi dopo con la sensazione di avere dimenticato qualcosa. Pensiamo alla ragazza e ci rendiamo conto che, oltre alla voce, non riusciamo a ricordarne il tocco. Chissà, forse non ci siamo neanche mai abbracciati.
Alla scimmia spuntano due piccole ali e si allontana in volo.
Notiamo che le finestre illuminate nella città sono cambiate rispetto a prima; il paesaggio sembra volerci comunicare qualcosa, con un linguaggio di luci accese e luci spente.
Bussiamo a una delle porte ma non otteniamo risposta. Oppure otteniamo una risposta silenziosa che non siamo capaci di comprendere. Riproviamo.
Altre porte. Altre luci. Altri silenzi.
L’ago della bussola non punta una direzione chiara: cambia spesso idea, o intenzione.
L’unico suono che riusciamo a udire, in mezzo a quel silenzio spesso, è lo scrosciare dell’acqua di una fontanella. Ci rendiamo conto di essere assetati e beviamo a lungo. La sensazione sulle labbra è di freschezza, ma ricorda anche l’eco di una musica intima. Chiudiamo gli occhi, per abbracciare quella sensazione come fosse un bacio.
Veniamo interrotti da una lieve pressione sul braccio. È un’altra scimmia che tocca, sorride e si allontana. Sembra allegra, come fosse contagiata dalla nostra euforia. Abbiamo la sensazione di aver perso ancora qualcosa. Pensiamo alla ragazza. Non ricordiamo il suo profumo, e non siamo neanche sicuri di riuscire a riportare alla mente il suo nome.
Temiamo di perderla, ed è chiaro che non la stiamo trovando. L’ago della bussola sembra incerto, e cambia spesso direzione.
Continuiamo a bussare ad altre porte, ma nessuno risponde. Le luci dietro alle finestre si accendono, si spengono, cambiano intensità e colore. Se sono messaggi per noi, non li comprendiamo.
Non incontriamo nessuno. Solo qualche altra scimmia, che ci tocca, ci lascia addosso una piccola gioia, ma sembra spogliarci di ogni memoria concreta, di ogni appiglio per tornare, se non a lei, al suo ricordo.
È sera, e troviamo riparo in una grotta davanti al mare, non lontana dal punto in cui siamo approdati.
Siamo arrivati pieni di speranza, e questo oblio che adesso incombe è una ricompensa o una condanna?
La bussola magica ci ha condotti fino a qui, ma perché da quando siamo in questa città il suo ago continua a oscillare, senza più guidarci?
La bussola diventa più piccola. Ha le dimensioni di una moneta, poi ancora più piccola. Il suo ago continua a girare, come a farsi gioco dei punti cardinali e dei nostri desideri. Forse, semplicemente, non c’è più una direzione da seguire.
Stiamo dimenticando il motivo per cui siamo qui.
Inizialmente proviamo a resistere all’oblio, come si resiste al sonno quando il corpo lo desidera ma occorre stare svegli. Ma nel silenzio della città iniziamo a pensare che forse l’oblio è il giusto compimento dei desideri sospesi, come la stessa Maga Magary li aveva chiamati. Siamo pronti a lasciarci andare, a lasciarla andare.
All’improvviso ci torna in mente l’unica frase che non siamo riusciti a dimenticare. Quella che ripetevamo sempre davanti al mare:
“Non ci conosciamo ancora. Però saremo sempre in grado di riconoscerci.”
La bussola magica adesso ha le dimensioni di una pastiglia, e abbiamo un’intuizione. Chiudiamo gli occhi e la teniamo tra le dita, sospesa per un momento. Poi la inghiottiamo.
Tu-tum. Tu-tum. È il battito del nostro cuore. È quella la direzione da seguire.
Tu-tum. Tu-tum. Tu-tum. Silenzio, occhi chiusi, direzione.
Siamo sempre stati insieme a lei. Non dovevamo trovarla nella città. Veronica è la città. Dovevamo soltanto riconoscerla.
Apriamo gli occhi e davanti a noi c’è il mare. È Veronica che ci sta guardando negli occhi, con i suoi occhi di mare.
“Ora ci conosciamo. E ora che ti abbiamo trovata, non smetteremo mai di cercarti” — sussurriamo nel vento a mezza voce.
Uno stormo di scimmie riempie il cielo e vola verso l’orizzonte.

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