martedì, aprile 19, 2016

Tutto Scorre

Le donne grasse che corrono sul lungomare vorrebbero scappare via dal loro stesso peso, diretto sempre e comunque verso il centro della terra. E sognano di essere farfalle. Le farfalle pigramente stropicciano le ali senza quella fretta di non morire con cui vorremmo dipingerle. Ma delle donne grasse sognano quell'ineleganza del passo che permetterebbe alle loro vite di emettere un qualsiasi rumore. Le creature si scambiano i sogni, e nel frattempo tutto scorre.

giovedì, febbraio 18, 2016

Discorso al funerale di Sandro

Caro Sandro, sei uno degli uomini più belli che io abbia mai avuto la fortuna di conoscere. In ogni momento, come un fiore bellissimo che non deve sforzarsi per profumare, sapevi essere senza sforzo la precisa emanazione di te stesso. Talmente umano da apparire talvolta sovrumano, avevi un dono speciale, quasi magico: sapevi alleggerire costantemente la realtà, senza mai impoverirla. E così riuscivi con elegante naturalezza a cogliere, e ad accogliere, ogni persona, ogni situazione, in maniera profondamente colorata, facendo vibrare le corde della tua emozionabile e allo stesso tempo arguta sensibilità. E così, sempre dissacrando tutto, senza mai banalizzare niente, ci trovavamo spesso ad inventarci battute, eleganti e spiritose, per prenderci un po’ gioco della nostra amata realtà. E allora anche oggi mi chiedo che cosa diresti, se ti sembrerebbe opportuno fare qualche battuta anche in questo momento di doloroso commiato. Credo di sì. Forse ti raccomanderesti di controllare che il microfono sia effettivamente collegato alla "cassa"? O forse ti lamenteresti del tuo vestito, costoso e scolorito, dicendo che è "caro e stinto"? O forse diresti che "ci hai lasciato le penne" in modo che noi possiamo ancora scrivere qualcosa per te? O forse, ancora, diresti che la vita sa giocare meravigliosamente a poker, ma poi, proprio alla fine, "bara"? O forse sono io che mi ostino a fare ancora un sacco di battute sciocche perché vorrei sentirti ancora una volta ridere con me. Grazie Sandro, ti voglio tanto bene.

giovedì, dicembre 31, 2015

New Year's Eve

- Happy new years, Adam
- Happy new years, Eve
- I am hungry
- What about a snake?
- I'd prefer an Apple
- So commercial, and too expensive
- Passiamo all'italiano?
- Meglio
- Allora mela o serpente?
- Mela. Mela detto lui
- Gnam
- Ops
- Peccato
- Almeno è stato originale
- Buon anno Adamo
- Che Dio ce la mandi buona
- Magari non ironizzerei
- Porca te

domenica, agosto 30, 2015

Solo per un attimo

Era così bello stringere la tua mano solo per un attimo
che se fossi un artista forse l'avrei ritratta. 

lunedì, maggio 04, 2015

Pensare a se stessi

Quando si pensa al fenomeno dell'immigrazione clandestina bisogna pensare a se stessi.
Certo.
Se stessi male.
Se stessi dall'altra parte del Mediterraneo.
Se stessi per lasciare la mia terra.
Se stessi rischiando la mia vita in cambio di un sogno.
Quando si pensa al fenomeno dell'immigrazione clandestina bisogna pensare a "se stessi".

mercoledì, dicembre 31, 2014

Fuori da questo abbraccio


Fuori da questo abbraccio
Vedo due persone ferme, abbracciate.
Le mani piene e ferme.
Gli occhi uniti e fermi.
Si trattengono, come un respiro,
e come in un respiro
si soffieranno via.

lunedì, dicembre 01, 2014

Il Mulino Avvento

Circa dieci anni fa scrivevo questo piccolo racconto. Credo che lo modificherei parecchio, ma oggi preferisco riproporlo così.

Trapani, mulino alle saline
(foto di Cristiano Corsini, https://www.flickr.com/photos/corscri/2735425680)

Lunedì 1 Dicembre.
Apparentemente senza sforzo, senza un ruscello che ne avesse lambito, di traverso, le pale, senza un refolo che ne avesse compresso significativamente lo spazio a lui circostante, inventandosi un’inerzia, il mulino incominciò lentamente ad accarezzare l’aria.
I grandi gridavano “Prodigio!” e si guardavano tra loro. I bambini gridavano “Si muove!” e guardarono il mulino. Ma l’elemento fondamentale di quella meraviglia non era la sua imponenza. E non era neanche l’elegante povertà (c’è chi avrebbe detto: essenzialità) delle sue dodici pale. Era la lentezza con la quale esse sembravano accumulare e misurare l'attesa.
Il primo giorno i bambini potevano toccare la pala più in basso. Vi appesero un sacchetto, di cui non rivelarono il contenuto. Il martedì 2 dicembre la pala, nella sua rotazione, si staccò da terra e anche i grandi potevano passare sotto l’elegante galleria formata dalle prime due pale. Il giorno seguente fu il turno della seconda a passare vicino a terra. I bambini percepivano l’attesa come un battito forte del cuore a scandire un movimento lentissimo, a protrarre e gustarsi un’emozione. I grandi calcolarono che a quella velocità un giro sarebbe stato completato in ventiquattro giorni, e cioè esattamente a Natale.
Tutti i giorni dispari la pala del mulino che passava vicino a terra veniva fregiata e addobbata con doni ed oggetti colorati, mentre nei giorni pari si poteva guardare, oltrepassare, a volte anche immaginare il mulino, o lo spazio a lui circostante. Si poteva respirare insieme a lui.
All’ottavo giorno un vecchio disse che bisognava trovargli un nome. Spiegò che finché le cose e le persone non hanno un nome proprio, più indifferente ci appare la loro presenza, e la loro assenza.
"Dare un nome - spiegò il vecchio - è un po’ come dare vita: tutte le formiche che nella nostra vita abbiamo incontrato, e forse calpestato, sono la stessa formica, fintanto che non distribuiamo dei nomi. E allora ci sarà la formica Cinzia: godremo nel vederla mordicchiare un pezzo di una briciola enorme, e soffriremo nel vederla arrancare all’affannosa ricerca di sopravvivenza, sommersa da una gigantesca goccia d’aranciata".
Quando si trova una vita, del resto, si sa anche che si piangerà una morte.
Così, fu chiamato Mulino Avvento.
I bambini, si sa, difficilmente tengono un segreto, e presto rivelarono il misterioso contenuto del sacchetto appeso alla prima pala, che ormai di giorno in giorno si avvicinava sempre di più al cielo. Nel sacchetto c’erano tutti i loro desideri, tutti i loro sogni.
Grande e diffusa fu l'emozione di vedere il sacchetto dei sogni alzarsi, fino a quasi perderlo di vista, ma anche quando il sabato 13 Dicembre giunse al suo punto più alto crebbe l'emozione per l'attesa di vederlo tornare indietro, gradualmente avvicinandosi a terra. Il vecchio con la barba disse che in fondo ogni emozione vive di due momenti, che spesso quasi coincidono.
"E' un po' come un respiro, l'emozione vola verso una persona, un luogo, una sensazione lontana e infinita, con una velocità tale da poterla toccare ad occhi chiusi, ma inevitabilmente torna, per entrare dentro la nostra pelle, ed abitarla, sia pure per un attimo".
Il giorno di Natale, naturalmente, vi fu grande festa, e la prima pala, tra l'ammirazione degli sguardi lucidi, completò il suo giro. Completò la sua vita. Depose il sacchetto ai piedi dei bambini, che festosi iniziarono a frugare con meraviglia. Accanto ai propri sogni trovarono gioia, bellezza, giochi, ma non si erano trasformati, perché i sogni non sanno morire. Alla peggio vengono dimenticati, e non certo dai bambini.
"I desideri - disse il vecchio con la barba ormai bianca - per essere immortali vanno coltivati, e non distrattamente esauditi".
"I sogni sono i colori dell'attesa - aggiunse indicando il mulino (e tutti guardarono il mulino) - e l'attesa è la vera meraviglia del Natale".

giovedì, settembre 11, 2014

Ice Bucket Challenge - secchiata sì, secchiata no?

Ice Bucket Challenge - secchiata sì, secchiata no?
Dal 25 al 27 Agosto 2014, tre giorni di dilemmi semiseri fino all'(in)evitabile epilogo.

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

domenica, agosto 17, 2014

Silenzio!

-Perché proprio qui?
Domandò con un filo di voce, che nel vuoto della chiesa sentì risuonare come una preghiera sommessa.
-Silenzio, avvicinati.
Nessuno, in effetti, disse queste parole, ma Linda, in silenzio, si avvicinò. Fece scricchiolare due panche di legno, ed ebbe il tempo di ascoltare il ritmo del proprio respiro prima di accostarsi al confessionale. Pareva la protagonista di un incerto rituale, di cui lei stessa non riusciva a comprendere il senso. A quell'ora non era ragionevole sperare di trovare qualcuno, ma dentro al confessionale l'abito nero del prete si confondeva con l'oscurità della notte e con lo sfondo dei pensieri di Linda. La ragazza non sembrò troppo sorpresa. Si sedette, e tacque. Scelse il silenzio come raffinata forma di confidenza. Passarono molti minuti in cui non ci fu che ostinato silenzio. Dall'esterno, la scena sarebbe apparsa immobile. Dall'interno, un terremoto. Dall'interno, due terremoti: a Linda parve infatti di udire una voce provenire da dietro la grata.
-Hai ragione Linda, le parole sono vuote quando si travestono da parole. Abbracciamo parole, nutriamo parole, parliamo di parole alle parole, riempendo il nulla di nulla e chiacchieriamo via dal mondo. Hai presente quel discorso dell'amare il prossimo tuo?
Linda fece scivolare via una lacrima, e annuì.
-Ecco, per esempio io ti amo. E davvero mi sembrerebbe un ottimo inizio e invece, sono rimasto fermo a capire dove ho sbagliato. Linda, dove ho sbagliato?
Linda iniziò a piangere. Avrebbe voluto dire:
-Hai sbagliato a non avermelo mai detto! Hai sbagliato a non esserci! Hai sbagliato ad esserti ammazzato! E sbaglio io a continuare ad ascoltare questa maledetta registrazione!
Ma invece si accontentò di continuare a piangere: qualunque parola si sarebbe dispersa, puro lugubre suono nel silenzio della chiesa deserta.

giovedì, gennaio 02, 2014

Felice Anno Vecchio!

Vorrei augurare a tutti un buon 2013. Avete letto bene, 2013. Perché, certo, è bellissimo pregustare i desideri, ma è altrettanto meravigliosa l'arte di saper degustare i ricordi. E farli luccicare di bellezza, almeno un po'. E allora... Felice anno vecchio!

venerdì, dicembre 27, 2013

Imbuto

Imbuto.
Concentrico.
Distillato di futuro.
Invita il tempo.
Lo assapora.
Lo trattiene.
Con finta pigrizia e con voglia.
Lo convoglia con grazia verso l'uscita.
Sempre aperta.
Rotea il sapore del suo procrastinare.
L'imbuto contiene un viaggio.
Dante attendeva all'uscita
La luce delle stelle.
L'imbuto non attende nulla.
L'imbuto si nutre
dell'attesa che crea.

martedì, settembre 24, 2013

Sbilanciarsi

Sbilanciarsi è saper perdere il proprio equilibrio, anche solo per un attimo.
Un attimo importantissimo di coraggio in cui il nostro baricentro incontra una vertigine. E lì impariamo a cadere, a volare, impariamo a crescere e viaggiare. Un passo necessario fuori dalla bilancia delle nostre certezze, fuori dal bilancio delle nostre vite.

(immagine tratta da http://www.flickr.com/photos/frobbiano)

mercoledì, luglio 03, 2013

Ti icso

Ti icso.

Ti icso proprio nel senso di ics,
cioè qualcosa
un po' tipo che ti amo ma non proprio.
Ics come un sentimento variabile,
di temporali soli e soli senza tempo,
e un sentimento si sente non si prova.

Ti icso perché si va in scena nella vita
In incognita e senza prove
Senza certezza di non sbagliare.
Tante ics dentro a espressioni di stupore,
Che non ho mai saputo calcolare.

Ora però
lo so cosa vorrei,
con estrema chiarezza.
Vorrei che tu
almeno un po'
mi ipsilonassi.

domenica, giugno 16, 2013

Occhiali da svista

(immagine di Alessandra Placucci, http://www.aplacucci.it)

Ogni tanto indosso gli occhiali da svista, per scartare alato un cavallo in regalo, e galoppare l’aria sul binario sbagliato, come un incerto vagabondo libero di errare, mentre non cerco la verità.

venerdì, maggio 31, 2013

Epica Erotica Star

“Che gran Troia!” – esclamò compiaciuto passandosi la mano nella folta chioma bionda. Aveva appena ricevuto la sceneggiatura di un kolossal della Ohm Eros Production, e si gongolava, gonfiando come un mantice i depilatissimi pettorali, per essere stato scelto ancora una volta come attore protagonista. Del resto – pensava appoggiando lontano i suoi occhioni belli e ignoranti – chi se non io?
Achille Greco aveva collezionato tanti appellativi nel corso della sua dura e sfolgorante carriera nel cinema hard: il Mirmidone di Marmo, il Pelide senza peli, l’epico Re della tradizione orale, il Semidio Semidai, ma tutti lo conoscevano come Ahh Killer, il cecchino degli orgasmi. Leggendo la sceneggiatura, però, ben presto trovò modo di rabbuiarsi. Capriccioso come un’ottusa primadonna, si adirò funestamente quando vide che la scena di apertura, un pugnace ménage a trois insieme alle gemelline svizzere Chriss Heide e Breeze Heide, era stata affidata al suo rivale di sempre, il dotatissimo turco Agha Mennon. Che infamia, e che beffa! Fin dai tempi dell’adolescenza il piccolo Achille, quando era solito praticare autoerotismo con l’aiuto di grandi hamburger, sognava di avere rapporti carnali con delle vere svizzere, e ora l’occasione gli veniva negata per un inaccettabile sopruso. Si diresse deciso alla sede della Ohm Eros Production con la ferma intenzione di abbandonare il progetto, e così in effetti fece, lasciando il suo ruolo al collega e amico fraterno Patrizio Bassi, conosciuto nell’ambiente come Pat “Rock” Low. Quest’ultimo però, volendo emulare in tutto e per tutto le prestazioni di Ahh Killer, rimase ben presto con la schiena irrimediabilmente bloccata dopo aver girato un’intricata scena di bondage. Fu così che il nostro eroe, dal minuscolo cervello ma dall’enorme cuore, decise di tornare a far parte della squadra, e accettò di mettere nuovamente a disposizione la sua lancia per trafiggere un gran numero di troiane. Non sapeva però che un evento tanto fortuito quanto nefasto stava per condizionare la sua fulgida carriera. I patti con la produzione erano sempre gli stessi: semplici e molto chiari. Avrebbe girato qualunque tipo di scena, spogliandosi ove e quando necessario, a patto di poter tenere sempre indosso il calzino destro. Nessuno avrebbe dovuto chiedergli spiegazioni su quello che tutti avevano finito per considerare un necessario vezzo. Si apprestava a girare la scena clou, quella in cui insieme al possente Aiace Telamordo avrebbero dovuto tentare una doppia incursione tra le fila del nemico, uno con attacco frontale e l’altro aggredendo la retroguardia. Stavano cospargendosi di frumento e orzo per girare al meglio la scena di nudo integrale, quando un’avventata e ignara scostumista sfilò ad Ahh Killer il mitico calzino. Il silenzio calò improvviso, e tutti si fermarono, ma nessuno poté fare a meno di dirigere lo sguardo verso l’epico tallone scoperto. E tutti lo videro. Tutti videro un uomo possente, meraviglioso, forte e bellissimo, con un vistoso tatuaggio sul tallone destro: un tenero orsetto accompagnato dalla scritta “I love my teddy bear”. Nessuno seppe trattenere le risate. Il solo Pat “Rock” Low si morse le labbra e abbassò lo sguardo. Ahh Killer si abbandonò alla vergogna e capì subito che una parte di sé era morta. Era finito di colpo il suo orgoglio cieco, ingrediente necessario nella sua carriera di attore hard, che di fatto ebbe fine in quel preciso momento.
Oggi Achille Greco e Patrizio Bassi vivono con tranquillità e disincanto la loro storia d’amore, per troppo tempo mascherata e repressa.

mercoledì, settembre 12, 2012

Il Cavaliere Non Violento

Racconto pubblicato sulla rivista Linus - Anno XLVII n.11 - Novembre 2012 - pp. 68-69 - editori Baldini Castoldi Dalai, all'interno della rubrica "Laboratorio Esordienti" a cura di Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi, Scuola Omero.

(racconto da me scritto nell'ambito della Full Immersion organizzata dalla Scuola Omero nell'Agosto 2012)

Dentro l’alta torre, sopra il potente drago, oltre l’erta scala e al centro dell’angusta stanza con piccola finestra vista mai, Abelina corrisponde quasi perfettamente ai canoni della bellissima principessa da salvare: è bellissima, è una principessa e soprattutto vorrebbe essere salvata.
Però è stronza.

Per esempio, la lista della spesa che oggi Abelina lascia al drago è:
  • drago ti odio
  • 2 pacchetti di sigarette gusto fragola
  • 1 crema anticellulite
  • muori muori muori muori muori
  • 1 leccalecca azzurro a forma di pene di principe
  • 1 poster di San Giorgio
  • vaffanculo drago
Dopo anni di forzata convivenza, il drago ormai conosce l’unica arma con cui può resisterle: la pazienza. Si fa scivolare addosso le beffe e gli insulti, fa arrivare alla torre tutte le sciocchezze che Abelina chiede e poi le recapita, insieme a un buon pranzo e alla biancheria pulita, nella stanza della principessa.

Negli ultimi anni sono sempre meno i cavalieri che si presentano alla torre per sfidare il drago e salvare la principessa. Quasi tutti sono disperati piantagrane in cerca di un ultimo tentativo per raddrizzare le loro vite bruciate. In genere, basta una fiammata distratta per carbonizzarli e farli precipitare verso il loro insuccesso.

Il giovane cavaliere che oggi si avvicina alla torre è il famoso cavaliere non violento: è noto nel reame per portare a termine le sue imprese con il minor spargimento di sangue possibile. Quasi sempre, neanche un ferito lieve.

Equipaggiamento del cavaliere non violento:
  • 1 scudo “Mahatma” con effige di Gandhi e scritta “I Love my enemy”
  • set di 12 frecce “Nannadoro” con punta sonnifera
  • 1 arco ecologico in legno di bambù
  • 2 bandiere bianche “Sventolin” antipanico
  • 1 libro di mantra buddhisti
  • 1 spada “Ultimaspiaggia” per situazioni di estremo pericolo
  • incenso da meditazione
- Scappa, ragazzo, finché sei in tempo. Sei bello, hai una vita di libertà di fronte a te – pensa il drago. Ma il cavaliere è qui per combattere, non c’è più spazio per i pensieri. La prima debole fiammata viene schivata agevolmente, con un movimento breve e rapido.
Un’altra fiammata, più forte e decisa, e un altro balzo, altrettanto agevole. Altre fiammate, altri fendenti, neanche un colpo a segno.
La principessa, abituata a sentire per pochi secondi gli echi di una lotta impari, poi il rumore di un rutto infuocato seguito da un silenzio vuoto di speranza, oggi è attratta dall’insolita durata della lotta. Nervosamente, aspetta.
Il drago incrocia lo sguardo del cavaliere, è uno sguardo meravigliosamente vivo.
Colpo d’ala, colpo di zampa, fiammata fortissima. Schivato, schivato, schivata.
Il cavaliere sembra danzare con il drago una fantastica capoeira non violenta, in cui nessuno colpisce nessuno. All’improvviso, il drago sente una puntura fortissima sulla lingua. Si tratta di una freccia Nannadoro scagliata dal cavaliere dopo l’ennesima fiamma schivata. Il tempo di sentirne il sapore amaro per un secondo e il drago crolla a terra con dolcezza.
– Ne avrai per un paio d’ore, lucertolone, al tuo risveglio sarò già fuggito con la principessa – sussurra il cavaliere.
Accende un bastoncino d’incenso profumato alla magnolia e si allontana con un inchino che il drago non può vedere: dorme già profondamente. Il cavaliere, euforico e senza un graffio, bussa trepidante alla porta della principessa. Sa di essere atteso, ed entra.

- Mio eroe! Finalmente! Hai ucciso quel brutto drago per me! Evviva, l’hai ucciso! – La principessa lo accoglie con un insolito sorriso.
- Buongiorno principessa, che la pace sia con voi. In effetti ho sconfitto il drago per salvarvi, anche se tecnicamente non l’ho ucciso. Ora, in ginocchio da voi, chiedo il permesso di prendervi in braccio e baciarvi, per celebrare il…
- Scusa scusa scusa come hai detto? – Il sorriso sparisce subito dal volto di Abelina – Non l’hai ucciso? Non hai nemmeno ucciso quella schifo di lucertola sputafuoco e io dovrei pure baciarti?
- Principessa, in primo luogo vorrei farvi notare che si tratta di uno dei rarissimi esemplari viventi di Lacertilia Draconis, specie in serio pericolo di estinzione – replica pacatamente il cavaliere restando in ginocchio davanti ad Abelina – e comunque a noi basta che il drago rimanga addormentato per il tempo sufficiente a scappare. Possiamo uscire indisturbati e vivere felici e contenti!
La principessa guarda il cavaliere dritto negli occhi. Uno sguardo cattivo e molto serio.
- Non voglio scappare, voglio vincere. Il drago è la mia prigione. Se mi vuoi, la tua ninnananna non basta. Devi ucciderlo.
Il cavaliere si rialza, fa una pausa per raccogliere le idee e inizia a parlare con lentezza, come se stesse leggendo un pensiero, sempre più chiaro davanti ai suoi occhi.
- Sì, speravo di potermela cavare così, e come al solito pensavo di ottenere il massimo: principessa salva, zero violenza, neanche un graffio, libertà, trionfo completo. Ma questa volta devo ammettere che avete ragione voi, principessa. La mia spada dovrà finalmente conoscere il sangue.
Il Cavaliere si gira, attraversa la stanza in direzione della porta, poi torna indietro verso la principessa, poi di nuovo verso la porta. E’ un passeggiare nervoso. Non ha mai ucciso nessuno, ma ora sa di doverlo fare.
- Sbrigati, imbecille! – strilla Abelina.
Il Cavaliere ferma il suo andirivieni e prende un respiro, estrae la spada “Ultimaspiaggia” e con un colpo netto stacca la testa alla principessa. Chiede scusa, bastoncino di incenso, si volta, esce. Si sdraia vicino al drago, piange un po’, riposa.

Quando il drago si sveglia nessuno ha bisogno di chiedere, nessuno di spiegare. Solo dopo alcuni minuti il cavaliere rompe la fragile crosta di silenzio:
- Lo sentivo che il mio destino era di liberare qualcuno. Ma non ne sospettavo il prezzo. - Ora dobbiamo andare amico, questa torre non è più casa mia - dice il drago.
Come due vecchi amici, il cavaliere e il drago escono dalla torre e si avviano lentamente verso il tramonto.

mercoledì, agosto 22, 2012

Lucertole

Un po’ sirena, un po’ donna cannone, ti farai trovare pronta ad essere sparata nel vuoto da un grido di piacere primordiale. Muoverai la coda fortissimo, surferai veloce eludendo le trappole acide del pH vaginale e ti getterai con slancio al collo dell’utero. Intorno a te vedrai arenarsi progetti destinati a non essere mai realizzati né pensati, vedrai audaci scommesse perdersi per strada, supererai piroettando flessuosa leali concorrenti e con la forza di un’idea folle entrerai in un magico mondo sferoidale, pervaso di vita. Arriverai per prima, e percepirai una forza unica, intensa, ma composta da mille vibrazioni differenti che solo anni più tardi proverai a riassumere con la parola amore, e sempre ti sfuggirà qualcosa. Imparerai tanti nomi dal suono magico, come padre, amica, figlio, amante, fratellino. Ti taglierai i capelli corti, poi guarderai il pavimento pieno di riccioli biondi e ti divertirà il fatto che non potrai mai più riaverli in testa. Almeno non quelli. Proverai a decidere che per qualche amore proprio non c’è nome. Non saprai come chiamare Lucia. Amica? Amante? Sorella minore? Questi nomi affascinanti rimarranno latenti, parzialmente disinnescati, ad approssimare vagamente il tuo sentire: ti accorgerai che ciascuno di essi avrebbe finito per cancellare i battiti degli altri. E allora deciderai di continuare a chiamarla soltanto Lucia. Piangerai spesso, e dopo una semplice delusione teorizzerai modelli, strutture, implicazioni e divieti, proverai mille alchimie e cercherai le regole per dividere l’amore dal non amore. Puntualmente, le disattenderai con leggerezza. Andrai da sola nella casa al mare, forse per studiare, forse per pensare, forse per restituire pensieri al mare. Fingerai di disinteressarti di un amore impossibile da spiegarti e lo stesso giorno ne resterai ossessionata, quasi avvelenata dalla dolcezza dei suoi battiti. Resterai a lungo nel letto grande, a pancia sotto, e sentirai il seno premuto contro il pigiama, il pigiama premuto contro il cuscino, il cuscino premuto contro il materasso, e il materasso premuto contro il battito lontano del tuo cuore.

E poi di notte sognerai le lucertole. Sognerai un predatore senza volto ma con un nome da far gelare il sangue, e le lucertole ferme, con il cuore a mille sotto il corpo immobile, lontano, e fingeranno di essere morte per non essere dilaniate. Arriveranno al punto di separarsi dalla coda pur continuando a muoverla fortissimo, agitandola lontano dal proprio corpo, come la bandiera bianca di un sogno che si vuole abbandonare. E il predatore se ne andrà via, ingannato e freddamente indifferente.

Ti sveglierai, e penserai che si tratta di una buona strategia: fingersi morti, fingersi altrove, per non farsi dilaniare dall’insostenibile presenza di un amore impossibile. Ti passerai una mano tra i riccioli, concederai uno sguardo complice al mare al di là delle tende bianche, e ti metterai a sedere sul letto. E deciderai che forse no, è una strategia che non vorrai applicare, almeno non in questa vita. Quello sarà il giorno in cui sceglierai veramente di amare. La tua storia sarà incominciata tuffandoti nel vuoto, ed è una cosa che non vorrai mai disimparare.

sabato, giugno 16, 2012

Occhi negli occhi

Mohammed è immobile. Fedele guardia del corpo del placido monarca, lo difende con la sua stazza ottusa. Di fronte a lui, Amedeo scatta in avanti con un grande balzo, e inizia a guardare Mohammed negli occhi. Poi sembra tranquillizzarsi, ma inesorabile continua la sua avanzata: un passo, un altro passo, senza mai distogliere lo sguardo. Adesso è proprio davanti al vecchio nemico, conosciuto e troppo simile a lui. Mohammed lo vede chiaramente arrivare, e con una sorta di compassionevole rispetto lo attende fermo, senza nascondere una spavalda espressione di sfida. Occhi negli occhi, la loro somiglianza è sbalorditiva. Stesso senso del dovere, stessa arroganza ottusa e determinata a guardare sempre avanti, a costo di perdersi le sfumature della vita. Tutto bianco o tutto nero, entrambi tagliano corto: le tonalità di grigio le lasciano a quei fancazzisti che hanno tempo da perdere. Si assomigliano anche nei tratti somatici: sono entrambi tozzi, brevilinei ma possenti. Carichi come molle compresse a terra, sono pronti a balzarne via con rabbia. Il torace palestrato è coronato da un collo taurino tornito con meticolosa ignoranza. Il collo, decorato da una volgare catena d’oro, sorregge una grande testa regolare e completamente rasata, in mezzo a cui sono ficcati degli occhi rotondi, piuttosto belli ma inespressivi. Sembrano studiati per incutere una paura liquida senza forma, senza profondità, come cellule non differenziate pronte ad assumere il proprio ruolo, onesto e cattivo. L’unica apprezzabile differenza è scolpita nel loro codice genetico: Amedeo, svizzero di origini siciliane, è bianco, mentre Mohammed, per dirla con un’espressione che a lui stesso non piace, è di colore. Preferirebbe “negro”. Questo termine contiene tutta l’onesta ottusità con cui è stato forgiato, e che si porta dentro. Nato in Senegal e da più di metà della propria vita in Europa, è sempre stato abituato a sacrificarsi per gli altri, senza pensarci troppo.

Amedeo e Mohammed, uno di fronte all’altro, sono separati ormai da pochi centimetri, e nessuno dei due vacilla, occhi negli occhi, come specchi ripetitivi di una guerra di cui sono attori, non protagonisti. L’unico rumore che accompagna questo magnetico scontro è il fastidioso ticchettio di un orologio. Distante e inesorabile, il suo incessante tic-tac sembra prevedere il loro inevitabile futuro, o forse solo allontanarlo un po’. Scandisce il tempo per esorcizzare una promessa che nessuno dei due vorrebbe mantenere. Amedeo e Mohammed sono destinati ad uno scontro che non dovrebbe arrivare mai, almeno non in questa vita, almeno non secondo il loro cuore. Occhi negli occhi, battiti nei battiti, pensieri nei pensieri, improvvisamente vengono salvati da una voce salvifica e lontana, che spezza questo tremendo incantesimo d’attesa. La sentono distintamente, e capiscono che miracolosamente è tutto finito. “Scacco matto!”. Il ticchettio cessa.

Improvvisamente i due pedoni si sentono sollevati e tornano a dormire di un sonno senza gerarchie. Fino al prossimo scontro.

mercoledì, giugno 06, 2012

Vigilia


Genova, leggera brezza di tramontana.
Cielo terso, mare spensierato.
Dopo una pausa, sbuffando pigro, l’autobus accoglie la donna e la bambina nel suo ventre arancione. Le inghiotte in uno sbadiglio e con uno scatto sonnecchiante riprende il suo cammino frastagliato.

Elisa prende con grazia la mano di sua madre, e con la mano libera, in un elegante gesto che sembra nascere da un rito giapponese, sistema i capelli biondi con il fermaglio di Hello Kitty, sotto il berretto di lana. Un gesto silenzioso, naturale e preciso. Guarda la madre, la strada, poi ancora la madre e gli altri passeggeri. Ora si distrae, sa che può farlo. Chiude gli occhi e poi, ogni tanto, li riapre. Le piace viaggiare sull’autobus, a Genova, anche in piedi. Le piacciono gli improvvisi sobbalzi sull’asfalto disconnesso, il ruvido vibrare del motore sotto la suola delle scarpe, le frenate in discesa, le improvvise svolte in salita, e le curve che disegnano il profilo del mare. E’ un gioco continuo, piacevole e discreto, a cui lei deve soltanto abbandonarsi. Dopo la fermata dell’autobus in Piazza Sturla la mamma alza il suo sguardo, fino a quel momento rivolto con intensa premura verso Elisa, e si accorge della presenza di Tony, seduto a pochi metri da loro, con lo sguardo incorniciato nel metallo sottile degli occhiali, incartato come un regalo prezioso nella bambagia di una rassicurante barba di cotone, e rivolto quasi con devozione oltre il finestrino, molto più lontano.
A Elisa, Tony ricorda la versione simpatica di Babbo Natale. Ora, non è che Babbo Natale non sia simpatico, ma le è sempre parso che manchi qualcosa. Un po’ come la luna, puoi sempre ammirarne una faccia, quella rivolta verso di noi, verso il pubblico, verso i sorrisi e le macchine fotografiche. Ma chi ha mai visto Babbo Natale di schiena? Chi ha mai intuito i pensieri che nasconde dietro la barba e dentro al cappello?
Tony, invece, basta guardarlo per poterlo vedere tutto con un solo sguardo, anche di schiena, anche i pensieri. E poi sa ridere, non si fa pregare per estrarre i suoi contagiosi denti di castoro e riempirli di autentica gioia, curiosa e sghignazzante.
“Ciao” – dice la mamma al vecchio amico – “Pensavo fossi rimasto in Canada, non aspettavo di vederti qui, la Vigilia di Natale”.
E’ un’affermazione che in realtà assomiglia molto a una domanda, a cui Tony, dopo una pausa quasi teatrale e avere tuffato ancora una volta le dita nella barba, si decide a rispondere con il suo inconfondibile accento italo-canadese.
“Quest’anno volevo respirare un po’ di Genova”.
La bambina lo fissa per un attimo, come se fosse innamorata, di qualcosa che sta vicino al baricentro tra Tony, Genova, il gioco e un’idea.
“E dove vai di bello?” – chiede incuriosita la mamma.
La risposta non tarda ad arrivare.
“Non vado. Sto sull’autobus”. E dopo una pausa: “Oggi lo passo sul 15, mi culla come una madre tra le curve di Genova. Mi mancava questa sensazione di gioco continuo”.
L’autobus sobbalza.
Elisa gli sorride senza guardarlo dritto negli occhi, con un sorriso complice di un’idea semplice.
L’autobus sobbalza ancora, ed Elisa arrossisce. Come per un vezzo automatico si sistema ancora il fermaglio di Hello Kitty. Ovviamente non ce ne sarebbe bisogno. E spera che quel viaggio, quel gioco, l’incontro con quel signore, possa durare veramente a lungo.

E’ la vigilia di Natale, e tutto sembra elasticamente caricato di attesa.
Mai fermi, sempre in equilibrio, come Genova e il suo mare.